Inserisco la bozza del mio programma di viaggio visto che ho avuto diverse richieste in merito. Poi al rientro non sarà più una bozza, ci saranno le esperienze pratiche a corredare questo scritto esclusivamente teorico. Ovviamente ci saranno le foto e le recensioni personali ed accurate di ristoranti, hotel, guide e trasporti.
GIORNO 15 agosto 2026 sabato
VOLO trip.com
Roma – Samarcanda 15 agosto 2026 20:00 FCO Roma Fiumicino T3 – 2h 45mi – 23:35 IST Aeroporto di Istanbul – Turkish Airlines TK1864 EconomyAirbus A330 Scalo a Istanbul 1,35 h – partenza da Istanbul ore 01,10
GIORNO 16 agosto domenica
Arrivo 07:30 SKD Aeroporto di Samarcanda Turkish AirlinesTK374 Economy A321
Prenotato booking taxipagato 17,79 £, con Yandex go sicuramente avrei speso meno, ma per far funzionare l’applicazione serve un numero uzbeko che ora non ho come mi ha indicato il servizio clienti a cui mi sono rivolto. Fare sim uzbeka in aeroporto per connessione internet e per far funzionare Yandex go la Uber dell’Uzbekistan fondamentale per risparmiare negli spostamenti.
| Cambio valuta: MoneyGram | Amir Temur ko’chasi 149 (attenzione possibile chiusura domenicale) |
| Souvenirs & currency exchange | MX6J+87G Bibi-khanym mosque |
| Prelievo ATM | WISE |
HOTEL
HOTEL MINOR (Booking)
Tre giorni dal 16 al 19 agosto con colazione compresa pagato 271 euro
Samarcanda è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2001, con il nome di “Samarcanda – crocevia di culture”, per le sue straordinarie costruzioni dell’architettura islamica e il suo ruolo storico di crocevia lungo la Via della Seta.
Ulugh Beg Observatory
Tra i monumenti storici di Samarcanda, l’Osservatorio di Ulugbek occupa un posto di particolare rilievo. Fu edificato tra il 1428 e il 1429 per volontà di Ulugbek (nipote di Tamerlano e governatore della regione con Samarcanda come capitale), su una collina situata nella zona elevata ai piedi dell’altura di Chupanata.
Secondo la descrizione di Babur, figlio di Ulugbek nelle sue memorie, l’osservatorio era una costruzione circolare a tre piani, rivestita di splendide piastrelle smaltate. L’edificio aveva un diametro di circa 46 metri e raggiungeva un’altezza di 30 metri. Al centro della sala principale si trovava un enorme strumento astronomico utilizzato per l’osservazione della Luna, del Sole e degli altri corpi celesti. Ancora oggi, la visita all’Osservatorio di Ulugbek rappresenta una delle esperienze più affascinanti di Samarcanda, soprattutto per chi è interessato alla scienza, alla storia e al patrimonio intellettuale dell’Asia centrale. Le opinioni sul sito sono in realtà discordanti, gli appassionati di astronomia lo consigliano vivamente per la sua importanza storica, altri la ritengono una visita che si può tranquillamente saltare.
L’osservatorio era una struttura unica per la sua epoca. Il suo elemento principale era un gigantesco goniometro verticale a forma di cerchio, con un raggio di 40,212 metri e un arco lungo 63 metri. Il grande strumento, un sestante monumentale, era orientato con straordinaria precisione lungo la linea del meridiano, da sud a nord.
Le verifiche condotte da astronomi moderni hanno confermato l’affidabilità delle osservazioni effettuate. Le dimensioni eccezionali degli strumenti, la progettazione accurata dell’edificio e le profonde conoscenze scientifiche di Ulugbek e dei suoi collaboratori permisero di raggiungere un livello di precisione sorprendente. Ulugbek stesso scriveva che l’esperienza accumulata sul movimento dei pianeti era stata raccolta e sistematizzata in un’opera, nella quale venivano sintetizzate le basi delle osservazioni astronomiche realizzate dagli studiosi orientali.
L’accuratezza dei dati ottenuti dagli astronomi di Samarcanda è ancora oggi stupefacente, soprattutto considerando che le osservazioni furono condotte a occhio nudo, senza strumenti ottici. Le tavole astronomiche redatte contenevano le coordinate di 994 stelle che fu il primo catalogo originale da tempo di Tolomeo scritto 150 anni prima di quello di Tycho Brahe. Ulugbek calcolò la durata dell’anno siderale in 365 giorni, 6 ore, 10 minuti e 8 secondi; secondo le misurazioni moderne, la durata reale è di 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 9,6 secondi, con uno scarto inferiore a un minuto. Gli interessati di astronomia che vogliono approfondire possono consultare il seguente link https://www.elsolieltemps.com/pdf/gnomonica/231.pdf
Dopo la morte di Ulugbek, l’osservatorio venne devastato e saccheggiato da fanatici religiosi. Solo nel 1908 l’archeologo Vyatkin riuscì a individuare il primo documento che indicava l’esatta ubicazione dell’edificio. Purtroppo, di questa straordinaria struttura si sono conservati soltanto la parte sotterranea del sestante e le fondamenta. Sulla base dei reperti e dei documenti rinvenuti, gli studiosi hanno potuto ricostruire un modello dell’osservatorio.
Questo importante centro scientifico fu quindi distrutto, la sua preziosa biblioteca dispersa e gli studiosi allontanati. In seguito, la collina venne dichiarata luogo della presunta tomba delle “Quaranta Vergini” e vi fu edificato un mausoleo, trasformato in meta di pellegrinaggio e fonte di guadagno. In questo modo, il clero di Samarcanda cercò di soffocare l’eredità scientifica di Ulugbek e del suo osservatorio, simbolo della conoscenza e del progresso.
Quartiere ebraico
La strada che conduce al quartiere è quasi del tutto sbarrata da un grande cancello bianco e rimane nascosta, probabilmente per scoraggiare l’accesso dei turisti. Per questo motivo individuarla non è affatto semplice. Solo i pedoni possono oltrepassare il cancello attraverso un piccolo passaggio laterale, quasi invisibile, che sfugge all’attenzione dei visitatori, solitamente attratti dai negozi di souvenir. Superata la soglia, ci si ritrova in un vecchio quartiere popolare, composto da casette basse di uno o due piani al massimo, spesso dotate di piccoli cortili interni. Le tubature e i cavi elettrici scorrono a vista e si pone il problema di individuare la Sinagoga Gumbaz.
Si accede tramite una splendida porta in legno finemente intarsiato
Il soffitto, simile a una cupola, è dipinto di azzurro. La sinagoga segue il rito sefardita.
Mausoleo del profeta Daniele o Khodja Doniyor
Prezzo 2025: 30.000 UZS (2,37 USD)
Tra i “tesori” di Samarcanda, in Uzbekistan, spicca il mausoleo del profeta Daniele, situato nel cuore dell’Asia musulmana. Un ciuffo di crine di cavallo che pende da un palo di legno indica la presenza di una sepoltura venerata, segno che qui riposa un uomo pio, considerato santo. Il luogo è avvolto da un silenzio raccolto: la luce del pomeriggio si attenua lentamente con l’avvicinarsi del tramonto, creando un’atmosfera pacata e suggestiva. Nella piccola moschea, aperta su un lato e costruita nel 2013, alcuni fedeli pregano seduti sulle panche, raccolti in piccoli gruppi. Ci troviamo a Samarcanda, nel cuore dell’Asia centrale islamica. Il mausoleo del profeta Daniele si affaccia come un balcone sul corso del fiume Siob, dominando dal pendio di un ampio colle sul quale sorgeva Afrasiab, l’antica città progenitrice di Samarcanda, distrutta dalle truppe di Gengis Khan nel 1220.
Nel XIV secolo Samarcanda tornò a splendere. A restituirle grandezza furono le imprese militari di Timur Lang, noto in Occidente come Tamerlano, che la elesse a capitale del suo impero e la arricchì con i bottini di guerra e con il talento di artigiani, artisti e studiosi provenienti dai territori conquistati. Secondo la tradizione, durante una delle sue campagne militari Timur (1336–1405) avrebbe scoperto a Susa, in Persia, la tomba del profeta Daniele, venerato da ebrei, cristiani e musulmani. L’emiro avrebbe quindi trasferito a Samarcanda le spoglie, o parte delle reliquie, per assicurare alla capitale la protezione del santo. Tuttavia, la veridicità di questo racconto resta incerta e sono diverse città a contendersi le spoglie del profeta.
Ciò che è certo è che il mausoleo di Daniele, pur nella sua semplicità architettonica, un edificio modesto sormontato da cinque piccole cupole, è da secoli una meta di pellegrinaggio. A renderlo davvero singolare sono le dimensioni della pietra sepolcrale, lunga ben 18 metri. Questa misura eccezionale è stata interpretata in due modi: secondo una spiegazione razionale, serviva a rendere difficile il furto del corpo del profeta, nascosto in un punto imprecisato della tomba; secondo la tradizione leggendaria, invece, le ossa di Daniele avrebbero continuato a crescere nel tempo, rendendo necessario l’allungamento progressivo del sepolcro.
Per generazioni, il mausoleo è stato meta di fedeli in cerca di guarigione da mali come mal di testa, insonnia o incubi. I pellegrini compivano tre giri attorno alla tomba e chiedevano poi all’imam del santuario di recitare alcuni versetti del Corano in arabo e di fasciare loro il capo. Altri, desiderosi di purificazione spirituale e fisica, trascorrevano quaranta giorni e quaranta notti in preghiera, ritirandosi in piccole celle scavate nel fianco della collina per dedicarsi esclusivamente alla lettura del Corano.
Daniele è il protagonista dell’omonimo libro dell’Antico Testamento ed è annoverato tra i profeti nella Bibbia cristiana. Nella tradizione ebraica, invece, il suo libro fa parte dei Ketubim, gli “Scritti”. Sebbene gli eventi narrati siano ambientati durante l’esilio babilonese degli ebrei (VI–V secolo a.C.), il testo fu composto nel II secolo a.C., in epoca ellenistica, con l’intento di rafforzare la fede dei credenti durante un periodo di persecuzioni.
Museo di Afrosiab
Il Museo di Afrosiab di Samarcanda è uno dei principali centri museali dell’Uzbekistan dedicati alla storia più antica della città. Si trova nella parte settentrionale di Samarcanda, nei pressi del bazar centrale e ai margini delle colline che conservano i resti dell’antico insediamento di Afrosiab, la Samarcanda pre-islamica.
Afrosiab fu per secoli il cuore pulsante della città antica, prima di essere definitivamente distrutta dalle truppe mongole di Gengis Khan all’inizio del XIII secolo. Il museo racconta l’evoluzione storica e culturale di Samarcanda a partire dall’epoca della conquista di Alessandro Magno (IV secolo a.C.), attraversando i periodi ellenistico, sogdiano, persiano e islamico fino alla devastazione mongola.
Il percorso espositivo si basa in gran parte sui materiali rinvenuti durante le campagne di scavo archeologico condotte ad Afrosiab, ciascuno dei quali testimonia una fase diversa della lunga storia dell’insediamento. Tra i reperti più significativi figurano ossari zoroastriani, frammenti di armi antiche come spade, coltelli e punte di freccia, monete, oggetti di uso quotidiano, ceramiche finemente decorate e resti architettonici provenienti da edifici civili e religiosi.
Particolarmente preziosi sono gli affreschi provenienti dal palazzo reale di Samarcanda, risalenti al VII-VIII secolo e attribuiti al periodo della dinastia sogdiana degli Ikhshididi. Queste pitture murali, considerate tra i capolavori dell’arte centroasiatica pre-islamica, raffigurano scene di caccia, feste di corte, rituali e soprattutto celebri delegazioni di ambasciatori stranieri — provenienti dalla Cina, dalla Corea, dall’India e da altri territori — offrendo una testimonianza visiva unica dei rapporti diplomatici e commerciali lungo la Via della Seta.
Gli scavi archeologici ad Afrosiab ebbero inizio alla fine del XIX secolo e proseguono ancora oggi, arricchendo costantemente le collezioni del museo e contribuendo a una migliore comprensione dell’urbanistica e della vita quotidiana dell’antica Samarcanda. Il museo svolge quindi un ruolo fondamentale non solo espositivo, ma anche scientifico e didattico.
L’edificio che ospita il Museo di Afrosiab fu progettato nel 1970 dall’architetto armeno Bagdasar Arzumanyan. Sebbene la struttura sia relativamente moderna, è stata concepita per integrarsi con il paesaggio archeologico circostante e per valorizzare i reperti esposti, in particolare le grandi pitture murali, che costituiscono il fulcro della visita.
Oggi il Museo di Afrosiab rappresenta una tappa imprescindibile per chi desidera comprendere le origini millenarie di Samarcanda e il ruolo centrale che la città ha avuto come crocevia di civiltà, commerci e culture nel cuore dell’Asia Centrale.
Purtroppo il museo è chiuso la domenica.
GIORNO 17 agosto lunedì
Concordata visita guidata con Zarnigor Nurmamedova euro 90 appuntamento alle 9 all’hotel Minor, contatto su messenger
https://www.facebook.com/zarnigor.nurmamedova Itinerario previsto con la guida: il mausoleo di Tamerlano, la piazza di Registan, la moschea grande di Bibikhanum, il mercato Siab, il cimitero monumentale Shahi Zinda.
Mausoleo di Tamerlano o Gur Emir
Prezzo 2025: 65.000 UZS (4,49 euro)
Uno dei complessi architettonici più rilevanti del Medioevo orientale, il Gur-Emir (Gur-e Amir), fu edificato nella zona sud-occidentale di Samarcanda agli inizi del XV secolo. Questo imponente insieme comprendeva originariamente una khanaka (edificio islamico per i ritiri spirituali), una madrasah (istituto di istruzione islamico) voluta da Muhammad Sultan – nipote di Amir Timur – e, in seguito, il mausoleo destinato ad accogliere le spoglie dello stesso Timur (meglio conosciuto in occidente come Tamerlano) e dei suoi discendenti.
La madrasah, di dimensioni contenute e organizzata secondo la tipica struttura a cortile, era dedicata all’educazione dei giovani appartenenti alla nobiltà di Samarcanda. Di fronte ad essa sorgeva la khanaka, caratterizzata da una grande sala centrale e da celle (hudjra o hujra) destinate alla vita spirituale. Entrambi gli edifici furono commissionati da Muhammad Sultan con l’intento di creare un centro di istruzione islamica. Tuttavia, la sua improvvisa morte nel 1403 ne modificò radicalmente la funzione originaria.
Alla scomparsa dell’amato nipote, Amir Timur, profondamente addolorato, ordinò che le sue spoglie fossero temporaneamente collocate in una stanza angolare della madrasah, la darskhana (aula per l’insegnamento), e avviò immediatamente la costruzione di un mausoleo che avrebbe chiuso il complesso sul lato meridionale.
Il cortile era ornato da una parete decorativa con quattro minareti collocati agli angoli, mentre sul lato nord si ergeva un monumentale portale d’ingresso recante il nome dell’architetto, Muhammad ibn Mahmud Isfahani.
Tamerlano non poté però assistere al completamento dell’opera: morì nell’inverno del 1405. I lavori furono portati a termine da un altro suo nipote, Ulugbek. Sebbene Timur avesse predisposto una propria sepoltura nella città natale di Shakhrisabz, il Gur-Emir divenne la sua tomba definitiva e il luogo di sepoltura della dinastia timuride (che ebbe origine con Tamerlano nel 1370 e durò fino al 1506). Qui riposano i suoi figli Shahrukh e Miranshah, i nipoti Muhammad Sultan e Ulugbek, nonché il suo maestro spirituale, Mir Said Baraka.
Oggi le sepolture all’interno del mausoleo sono segnalate da lapidi. Al centro della sala si trova quella di Timur, realizzata in un unico blocco di giada. Le vere tombe si trovano nel livello sotterraneo del mausoleo, disposte esattamente secondo la stessa configurazione delle lapidi soprastanti.
La leggenda vuole che sulla sua tomba gravasse una maledizione per effetto dell’iscrizione riportata al suo interno: “Chiunque violerà la mia quiete in questa vita o nella prossima, sarà soggetto ad inevitabili punizioni e miseria”. Sarà anche una leggenda, ma il condottiero persiano Nadir Shah morì assassinato solo per aver tentato di aprirla. E la violazione dei sovietici nel 1941 portò all’Operazione Barbarossa, ovvero l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica.
Il mausoleo di Tamerlano rappresenta uno straordinario esempio di architettura medievale, ammirato ancora oggi per l’equilibrio e l’armonia delle sue proporzioni. La cupola nervata e le pareti interne sono interamente rivestite da mosaici di mattoni smaltati in diverse tonalità di blu, arricchiti da dorature e pitture. Le rosette in rilievo sulla cupola evocano l’immagine di un cielo stellato. Gli interni sono impreziositi da finestre con griglie intagliate, pannelli in marmo e onice decorati con pitture, intagli e intarsi di pietre semipreziose.
Il Mausoleo del Gur-Emir è oggi una delle principali attrazioni di Samarcanda, soprattutto per gli appassionati della storia dell’Impero di Tamerlano e dell’arte monumentale islamica. Il complesso esercitò inoltre una profonda influenza sull’architettura moghul (più comunemente nota come Mughal), divenendo un modello per celebri edifici come il Mausoleo di Humayun a Delhi e il Taj Mahal di Agra, costruiti dai discendenti di Timur che governarono l’India settentrionale.
Attualmente, il mausoleo e il suo portale d’ingresso sono stati restaurati, mentre della khanaka e della madrasah restano purtroppo solo i ruderi.
Registan Square L’attrazione più iconica di Samarcanda, con le tre madrase storiche: Ulugh Beg, Sher-Dor, Tilya Kori.
Orari: di solito circa 07:00–20:00 (può arrivare fino a tardo sera in alta stagione). Costo 2025: 100.000 UZS (6,91 euro) per adulto. Consigli: andate presto per evitare le folle e avere luci migliori per foto. Il biglietto può essere utilizzato solo una volta; non è ammesso entrare ed uscire più volte durante la stessa giornata (come erroneamente si legge su altri siti).
Il Registan è il simbolo della città, il luogo più affascinante di Samarcanda. Andrebbe visitato sia di giorno che di sera per vedere la piazza illuminata e assistere al bellissimo spettacolo di musica e luci che si tiene alle 21.00 (in realtà lo spettacolo può essere visto gratuitamente dalla piattaforma di osservazione o dai gradini sottostanti)
Nel cuore di Samarcanda, là dove per secoli si sono incrociate le voci dei mercanti delle carovane, il Registan si impone come il simbolo più celebre dell’Uzbekistan e come tappa imprescindibile per chi visita la città. Trovarsi davanti alla piazza del Registan suscita la stessa meraviglia di un dipinto o di una scenografia cinematografica: uno spazio grandioso, quasi irreale, che affascina al primo sguardo.
Il termine Registan deriva dal persiano e significa “luogo di sabbia”, un riferimento alla vasta piazza che un tempo costituiva il centro nevralgico della vita urbana. Qui venivano proclamati gli editti dei sovrani, si svolgevano cerimonie pubbliche, si tenevano dibattiti tra studiosi e si animavano gli scambi commerciali lungo la Via della Seta. Affiancato da tre imponenti madrase, il Registan non è soltanto una testimonianza del passato, ma un monumento vivo che incarna la grandezza artistica, l’eccellenza scientifica e la devozione religiosa dell’Asia Centrale durante la sua età dell’oro.
Ancora oggi, la piazza resta il cuore pulsante di Samarcanda, animata da visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
Ciò che rende il Registan davvero straordinario non è soltanto la sua imponenza, ma l’equilibrio perfetto tra geometria e simmetria, tra colore e luce, tra architettura e decorazione. Le superfici rivestite di maioliche blu, turchesi e dorate, le iscrizioni calligrafiche e i complessi motivi ornamentali creano una sintesi visiva di rara armonia, che continua a stupire e a ispirare.
Il Registan non è dunque solo una piazza monumentale, ma il simbolo dell’identità storica e culturale di Samarcanda: un luogo in cui il passato della Via della Seta dialoga ancora oggi con il presente, offrendo ai visitatori uno degli scenari urbani più spettacolari del mondo islamico.
Sulla piazza si trovano 3 madrase (madrasah):
- la Madrasa Ulugh Bek (Ulugbek, Ulughbek)
La madrasa di Ulugbek, situata sul lato ovest della piazza, è l’unico edificio di Bukhara legato al grande scienziato, matematico e astronomo Mirzo Ulugbek.
Mirzo Ulugbek nacque nel 1394 nella famiglia di Shahrukh, il figlio maggiore di Tamerlano. Già giovanissimo divenne il governatore della regione con Samarcanda come capitale. In realtà la sua notorietà non è ricondotta alle doti di sovrano quanto a quelle di studioso. Nella sua epoca Mirzo Ulugbek era una delle persone più istruite e tutto quello che ha fatto non è stato di certo capito ed apprezzato dai suoi contemporanei.
La costruzione della Madrasa iniziò nel 1417 e fu affidata a due tra i migliori architetti dell’epoca, Najmid-Din Bukhari e Ismail Isfagani, i cui nomi sono riportati sul portale principale.
La facciata si distingue per il grande portale ad arco (peshtak), incorniciato da un motivo a torciglione tipico del XIV secolo, e per le due torri rotonde poste agli angoli.
Questo portale ad arco viene definito Peshtak, che in pratica sono ingressi rettangolari con archi a sesto acuto (lancet) utilizzati in strutture medievali come moschee, madrase (istituzioni educative islamiche) e mausolei.
Lo spazio tra il portale e le torri è occupato da archi su due livelli. Le decorazioni della facciata, sia esterna che interna, sono realizzate con piastrelle smaltate che formano motivi geometrici e iscrizioni in calligrafia kufica ( uno stile della calligrafia araba, che prende il nome della città irachena di Kūfa che in Europa è rinvenibile presso la Cappella Palatina a Palermo e presso l’Alhambra a Granada). Tuttavia, gran parte della decorazione originale del XV secolo non è giunta fino a noi, poiché durante una ristrutturazione del 1585 le parti mancanti furono sostituite con piastrelle più semplici.
Un elemento di particolare pregio è la porta della madrasa, decorata con raffinati intagli in legno.
Su di essa si leggono due importanti citazioni:
- un hadith (è un racconto, una parola, un’azione o un’approvazione tacita del Profeta Maometto, trasmessa attraverso una catena di narratori e costituisce la seconda fonte più importante dell’Islam dopo il Corano) che sottolinea come la ricerca della conoscenza sia un dovere per ogni musulmano e musulmana;
- un’iscrizione sulla lastra di bronzo del battente che augura l’apertura della grazia divina a chi è colmo di saggezza.
All’interno, il percorso di ingresso si divide in due corridoi che conducono rispettivamente alla aula di insegnamento (darskhana) e alla moschea. Al primo piano si trovava anche una biblioteca. Particolarmente interessante è il soffitto del vestibolo, decorato con piccole cupole a dodici sfaccettature e motivi a “ragnatela”, una tecnica poi ripresa in altri edifici della regione.
I corridoi conducono infine a un cortile quadrato con spazi aperti e celle per gli studenti disposte su due piani. Un tempo il cortile era ricco di piante e offriva uno spazio tranquillo per la vita quotidiana, fatta di preghiera, studio e conversazioni. L’aspetto sobrio e rigoroso della madrasa rispecchia pienamente l’ideale medievale di “casa della scienza”.
Nel Medioevo le madrase erano importanti centri di istruzione pubblica: oltre alle discipline religiose, vi si studiavano filosofia, logica, retorica, calligrafia e le lingue araba e persiana. Non sorprende quindi che molti celebri scienziati e pensatori dell’Asia Centrale si siano formati proprio in queste istituzioni.
L’edificio in questione divenne un modello architettonico per molte altre madrase dell’Asia Centrale.
- Madrasa Tilya Kori.
La Madrasa Tilya-Kori, conosciuta anche come Tilla Kari, venne edificata per volontà del governatore di Samarcanda Yalangtush Bakhadur. I lavori iniziarono nel 1646 e si conclusero nel 1660. Questo edificio rappresenta l’ultima realizzazione del celebre complesso architettonico del Registan. La madrasa sorse sul luogo di un antico caravanserraglio (spazio per la sosta delle carovane) che era rimasto in funzione per più di duecento anni. Il suo nome deriva dalla ricca decorazione dorata che ne impreziosisce la facciata: “Tilya-Kori” significa infatti “rivestita d’oro”.
L’edificio, di forma quadrata, occupa completamente lo spazio compreso tra la Madrasa di Ulugbek e quella di Sher-Dor. La facciata principale, affacciata sulla piazza del Registan, è caratterizzata da una rigorosa simmetria, con un alto portale centrale affiancato da nicchie ad arco disposte su due livelli e da torri laterali. Le khudjras (o hujr), ovvero le celle destinate agli studenti, si sviluppano intorno a un ampio cortile interno.
L’apparato decorativo dell’intera madrasa è particolarmente ricco e comprende motivi vegetali e ornamenti lineari. Sebbene una parte considerevole delle decorazioni originali sia andata perduta nel tempo, importanti interventi di restauro realizzati nella seconda metà del XX secolo ne hanno permesso il recupero. In riconoscimento del suo significato culturale e storico, la madrasa è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 2001.
- La Madrasah Sher-Dor (o Sherdor)
Venne edificata tra il 1619 e il 1636 nella celebre Piazza Registan di Samarcanda. Il suo nome significa “Madrasah dei leoni”. L’edificio rappresenta una reinterpretazione imponente, talvolta considerata eccessiva, della Madrasah di Ulugbek, che si trova esattamente di fronte, sul lato occidentale della piazza. Nonostante sia stata costruita circa due secoli più tardi, la Sher-Dor è più grande nelle dimensioni, anche se non raggiunge il livello di raffinatezza artigianale del suo predecessore.
La Madrasah Cher-Dor fu edificata seguendo i canoni dell’architettura medievale dell’Asia centrale. Presenta una pianta rettangolare e occupa un’area di circa 70 per 57 metri. La facciata principale è caratterizzata da un monumentale portale (pishtak) con un iwan ad arco che si innalza fino a 31,5 metri. Ai lati della facciata si ergono minareti alti 31 metri, sormontati da elaborate cornici a stalattite, note come muqarnas: La muqarnas è un elemento decorativo tridimensionale tipico dell’architettura islamica, noto come “decorazione a stalattiti” o “a nido d’ape”. Caratterizzato da file di piccole nicchie sovrapposte (alveoli) è stato utilizzato principalmente su cupole, portali e nicchie. Ordinariamente viene realizzato in pietra, stucco o legno. Anche in Italia si ha un esempio di tale decorazione presso la Cappella Palatina di Palermo. Su entrambi i lati dell’ingresso si trovano due cupole scanalate, che coprono le sale di studio, ciascuna con una caratteristica forma a bulbo.
L’apparato decorativo della madrasa fa ampio uso di mattoni smaltati, vetri colorati, maioliche e mosaici. Le decorazioni esterne sono dominate da intricati motivi geometrici, ispirati agli schemi ornamentali girih (che sarebbero complessi motivi geometrici islamici, caratterizzati da linee intrecciate che formano stelle e poligoni, utilizzati come decorazione nell’architettura delle moschee), concepiti per essere ammirati anche da grande distanza. I fregi epigrafici impreziosiscono i minareti e i tamburi delle cupole, arricchendo ulteriormente l’insieme architettonico.
Le maioliche del portale principale rappresentano uno dei vertici dell’arte islamica. I timpani degli archi delle celle sono finemente decorati con steli intrecciati, boccioli rigogliosi e delicati motivi floreali. Di grande rilievo è il pannello situato nella nicchia sul lato occidentale: raffigura sontuosi mazzi di fiori disposti in grandi vasi, simbolo dell’albero della vita.
Anche gli spazi interni presentano una decorazione di notevole interesse, in particolare la cupola della darskhaneh (la sala principale delle lezioni in una madrasa). Le pareti e le volte sono ornate con eleganti motivi vegetali, mentre i medaglioni della cupola e gli archi sono arricchiti da raffinati arabeschi di grande complessità.
La Madrasah Sher-Dor presenta inoltre elementi decorativi particolari: al centro dell’arco sopra l’ingresso compare una svastica, antico simbolo di prosperità, fortuna e ciclo vitale. Ai lati dell’arco sono raffigurate delle tigri con il sole sul dorso. La scelta di queste figure, insolita per la rigorosa aniconia islamica (si tende ad evitare la rappresentazione di esseri animati sia umani che animali nell’arte sacra), è un esempio di sincretismo culturale con la fusione o unione di elementi ideologici, religiosi, filosofici o artistici eterogenei, appartenenti a culture diverse, che si incontrano e si mescolano. Nel caso in questione si è realizzato unendo il leone/tigre (simbolo di Ali, “il Leone di Dio” sciita) con il sole, antico simbolo persiano di potere, Mithra e la luce.
Bibi-Khanym Mosque
Grande moschea costruita durante l’impero Timuride, ingresso turistico possibile. Costo 2025: 75.000 UZS (5,18 euro)
La moschea è impostata secondo uno schema a cortile centrale. Le mura esterne delimitano uno spazio di forma rettangolare, lungo circa 167 metri e largo 109 metri, orientato approssimativamente lungo l’asse nord-est / sud-ovest, in direzione della Qibla (la direzione verso la Kaaba, l’edificio più sacro dell’Islam situato alla Mecca in Arabia Saudita).
Accedendo alla moschea dall’ingresso principale situato a nord-est, si attraversa un imponente portale alto circa 35 metri che introduce nel cortile. Sul lato opposto, verso sud-ovest, si erge una grande cupola monumentale, poggiata su una base quadrata e alta circa 40 metri, la più imponente dell’intero complesso. Tuttavia, questa cupola non è visibile dal cortile, poiché è completamente schermata all’interno dal maestoso pishtak alto 38 metri. Il pishtak come detto è un portale o un arco d’ingresso distintivo e sporgente, spesso riccamente decorato con piastrelle e calligrafia, che proietta dalla facciata di edifici in architettura islamica, particolarmente comune in persiano, asiatico centrale. Il Pisthak che incornicia un profondo e solenne iwan (un’aula monumentale tipica dell’architettura islamica coperta da una volta, aperta su un cortile). Quest’ultimo non consente l’accesso diretto allo spazio sotto la cupola, al quale si può entrare solo dai lati. Altre due cupole, di dimensioni più contenute, sovrastano gli iwan laterali collocati a sud-est e a nord-ovest. L’organizzazione complessiva segue quindi il classico modello architettonico persiano-islamico della pianta a quattro iwan.
In origine, lungo tutti e quattro i lati del cortile correvano gallerie aperte alte circa 7,2 metri. Le coperture erano realizzate mediante una successione di piccole volte in mattoni piatti e cupolette, sostenute da oltre quattrocento colonne e contrafforti in marmo. Oggi di queste strutture rimangono solo alcune tracce.
Agli angoli esterni del complesso si trovano quattro minareti, che sono stati restaurati. Altri quattro minareti, più imponenti, progettati per affiancare l’arco del portale d’ingresso e il pishtak dell’edificio principale con cupola, non furono invece portati a termine.
Al centro del cortile è collocato un piedistallo in pietra destinato a sorreggere il Corano. Realizzato con pregiati blocchi di marmo finemente decorati, questo elemento scultoreo risale all’epoca di Timur.
La grandiosa moschea di Bibi-Khanym, con le sue tre sale coperte da cupole, le gallerie coperte e l’ampio cortile scoperto, era concepita per accogliere l’intera popolazione maschile di Samarcanda durante le preghiere comunitarie del venerdì.
Durante la costruzione delle tre cupole, all’epoca di Timur fu introdotta una soluzione architettonica innovativa e avanzata: una struttura a doppia calotta. In questo sistema, la cupola interna non coincide né per forma né per altezza con quella esterna, lasciando uno spazio vuoto tra il soffitto interno e la copertura esterna. Grazie a questa soluzione, la sala principale raggiunge un’altezza interna di circa 30 metri sopra il mihrab, mentre la cupola esterna, alta circa 40 metri, fu probabilmente progettata per conferire maggiore imponenza e visibilità all’edificio. Lo stesso principio costruttivo venne adottato anche per le cupole laterali.
Secondo alcune opinioni, questa gigantesca moschea, oggi in parte in rovina, sarebbe stata fatta costruire dalla moglie mongola di Tamerlano, Bibi-Khanum, durante l’assenza del sovrano impegnato in guerra. Tuttavia, chi la considera una nipote di Gengis Khan ignora il fatto che quest’ultimo morì almeno due secoli prima.
Una leggenda racconta invece che l’architetto si fosse innamorato perdutamente di lei e che avesse rifiutato di portare a termine l’opera senza ricevere un bacio in cambio. Il segno lasciato dal bacio avrebbe scatenato l’ira di Tamerlano, il quale avrebbe ordinato la morte di entrambi e imposto alle donne del suo impero l’uso del velo secondo la tradizione araba. Questa romantica storia, tuttavia, non trova riscontri storici affidabili: non esistono fonti che attestino l’esistenza di una moglie di Tamerlano chiamata “Bibi-Khanum”, nome che in persiano significa semplicemente “signora”. La moglie più anziana e influente del sovrano era Saray-Mulk Khanum, alla quale la moschea fu dedicata, una figura ben lontana dall’eroina leggendaria.
Secondo una tradizione popolare locale, infine, una donna che passi carponi sotto il piedistallo del Corano sarebbe destinata ad avere molti figli.
Siyob o Siab Bazaar
Il bazar si trova a pochi passi dalla Moschea. Si tratta del più grande e antico bazar situato nella parte centrale della città di Samarcanda.
Il nome del bazar deriva dal nome di una delle aree storiche e geografiche della città – Siab, e il fiume Siab che scorre vicino al bazar. La parola “Siab” è tradotta dal persiano e dal tagiko come acqua/fiume nero.
L’area del mercato colpisce per la sua vastità, estendendosi su circa cinque ettari di file di bancarelle. L’ingresso principale è costituito da un imponente arco triplo, decorato con mosaici di colore blu. Le zone di vendita sono coperte da tende che riparano il bazar dal sole intenso durante l’estate e dal vento e dalla pioggia nei mesi invernali.
Varcata la soglia dell’arco, ci si immerge immediatamente in un’atmosfera completamente diversa, quasi incantata: colori vivaci ovunque, il continuo mormorio delle voci di clienti e commercianti e l’abbondanza di frutta e verdura che riempie le bancarelle. Il Bazar di Siab è un luogo sempre animato, che sembra non dormire mai: le attività commerciali iniziano prima dell’alba e proseguono fino a tarda sera.
Qui si trovano soprattutto frutta e verdura coltivate in Uzbekistan, insieme a numerosi prodotti artigianali locali. Le file di bancarelle sono organizzate in base alle tipologie di merci. I venditori raccontano con orgoglio che la frutta secca, i dolci e le noci di Siab sono così rinomati da attirare persino gli abitanti della capitale. Al mercato si può inoltre trovare un’incredibile varietà di spezie, comprese alcune particolarmente rare. Oltre ai prodotti alimentari, non mancano oggetti realizzati da artigiani e maestri locali.
Un’attenzione particolare merita la sezione dedicata al pane: il pane di Samarcanda è infatti considerato un prodotto unico della tradizione locale. Al mercato di Siab è possibile ammirare e acquistare più di diciassette diverse varietà di pane.
Un mercato orientale non sarebbe completo senza la possibilità di assaggiare i prodotti. Come in ogni bazar, i commercianti non solo consentono di provare ciò che vendono prima dell’acquisto, ma spesso lo propongono con insistenza. Un altro elemento fondamentale della vita del bazar è la contrattazione: ogni compratore è quasi “obbligato” a negoziare il prezzo. In realtà, non si tratta solo di ottenere uno sconto, ma di una consuetudine radicata nella cultura locale fin dall’infanzia. Chi dimostra abilità nella contrattazione viene sempre apprezzato.
Shah-i-Zinda Necropolis or Shakhi Zinda
Prezzo 2025: 50.000 UZS (3,45 euro)
A breve distanza dalla moschea di Bibi Khanum si trova uno dei complessi architettonici più enigmatici e affascinanti di Samarcanda: lo Shakhi Zinda. Questo straordinario insieme monumentale, inserito in quasi tutti gli itinerari turistici dell’Uzbekistan, è formato da una successione di mausolei dai vivaci rivestimenti blu, eleganti e luminosi. Avvolti da leggende e disposti in una composizione suggestiva, gli edifici funerari si allineano lungo strette vie di origine medievale. Il complesso di Shakhi Zinda comprende undici mausolei, edificati progressivamente tra il XIV e il XV secolo. Visitare questo luogo è considerato una delle esperienze più emozionanti di Samarcanda, soprattutto per chi desidera entrare in contatto con la profonda eredità spirituale e architettonica della città.
Il complesso, noto anche come “necropoli di strada”, si trova nei pressi dell’antico insediamento di Afrasiab e raccoglie un insieme unico di tombe risalenti al periodo compreso tra il 1370 e il 1449. Moschee e mausolei, costruiti tra l’XI e il XV secolo, si sviluppano in modo armonioso lungo entrambi i lati del percorso; viste dall’alto, le loro cupole azzurre ricordano una raffinata collana.
Shakhi Zinda è il luogo di sepoltura di membri della famiglia reale e dell’aristocrazia. Il fulcro della necropoli è però il mausoleo più importante, considerato la tomba simbolica di Kusam ibn Abbas, cugino del profeta Maometto. Il nome “Shakhi Zinda”, che in persiano significa “Il Re Vivente”, è legato proprio alla sua figura. Kusam ibn Abbas fu uno dei primi predicatori dell’Islam nella regione e, con il tempo, il complesso divenne un importante centro di pellegrinaggio, venerato come luogo sacro.
Secondo la tradizione, Kusam ibn Abbas giunse a Samarcanda nel 640, vi rimase per tredici anni e fu decapitato da seguaci dello zoroastrismo (la religione monoteista dominante in quel periodo nell’Asia centrale) mentre era in preghiera.
La sua tomba continua ancora oggi ad attirare numerosi pellegrini e visitatori interessati al turismo religioso e spirituale. Già nel Medioevo, infatti, il pellegrinaggio al santuario del “Re Vivente” era considerato equivalente, per valore spirituale, all’hajj alla Mecca. Una leggenda narra inoltre che la sorgente d’acqua presente nel mausoleo possieda proprietà curative.
Dal punto di vista architettonico, tutti i mausolei del complesso di Shakhi Zinda formano un insieme unitario. Ogni edificio presenta una pianta quadrata sormontata da una cupola, con un ingresso sottolineato da un portico. Le strutture sono riccamente decorate con mattoni smaltati, piastrelle in maiolica e raffinati mosaici intagliati, che conferiscono al complesso una straordinaria ricchezza ornamentale.
L’ultima struttura realizzata fu l’ingresso principale della necropoli, che completa l’intero ensemble. Un’iscrizione posta sull’arco d’ingresso ricorda che l’edificio fu costruito da Abdulaziz, figlio di Ulugbek Guragan e nipote di Shah Rukh e di Amir Timur, nell’anno 838 dell’egira (1434–1435). Salendo trentasei gradini si accede a una galleria aperta, lungo la quale si trovano, a destra e a sinistra, le cripte appartenenti ai parenti di Tamerlano. La galleria conduce infine a un cortile circolare con un arco a volta. Sulla destra, sotto l’arco, si apre un’antica porta scolpita che conduce al santuario principale di Shakhi Zinda: il mausoleo di Kusam ibn Abbas, il leggendario “Re Vivente”.
GIORNO 18 agosto martedì
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Casa Museo di Fayzulla Khodjaev, Bukhara
Indirizzo: via A. Tukay 70, Bukhara
Orari di apertura: 09:00–18:00 (in bassa stagione 09:00–17:00)
La Casa Museo di Fayzulla Khodjaev rappresenta uno degli esempi più raffinati dell’architettura bukhariana del XIX secolo. Questo edificio unico, considerato una vera gemma della città, si trova a circa un chilometro dalle principali attrazioni di Bukhara, nel suggestivo quartiere storico di Gozion. Ancora poco frequentata dal turismo di massa, la casa museo è una meta ideale per chi desidera scoprire aspetti meno noti della storia e dell’arte locale.
Fayzulla Khodjaev fu una delle figure politiche e riformatrici più influenti dell’Asia centrale. Nato nel 1896 in una famiglia di ricchi mercanti di Bukhara, specializzati nel commercio di pellicce di astrakan (karakul), divenne presto uno dei leader del movimento di liberazione nazionale all’inizio del XX secolo. Fu attivo nel movimento dei Giovani Bukhariani, ispirato ai principi del Jadidismo, corrente riformista del mondo islamico che promuoveva il rinnovamento culturale ed educativo. Khodjaev si oppose al regime dell’emiro e sostenne profonde riforme sociali e scolastiche.
Dopo la caduta dell’ultimo emiro di Bukhara, Sayyid Alim Khan, guidò il governo della Repubblica Popolare Sovietica di Bukhara tra il 1920 e il 1924 e ricoprì incarichi di alto livello nell’amministrazione regionale per i successivi tredici anni. Le sue riforme interessarono ambiti fondamentali come l’istruzione, la scienza, l’industria e l’economia. Tuttavia, durante le purghe staliniane, fu accusato di attività controrivoluzionarie e giustiziato nel 1938.
La visita alla casa museo permette di comprendere a fondo non solo la figura di Khodjaev, ma anche il contesto storico e sociale della Bukhara di fine Ottocento e inizio Novecento. L’esposizione racconta la sua attività politica e riformista, offrendo al contempo uno spaccato della complessa struttura socioeconomica della città in quel periodo.
Costruita in mattoni cotti, la casa è decorata con affreschi e mosaici di piastrelle. Il fulcro dell’abitazione è il grande ayvan, una spaziosa terrazza sostenuta da colonne in legno, che rimane piacevolmente fresca anche durante le calde giornate estive.
Gli interni colpiscono per la loro ricchezza decorativa: pavimenti, pareti e soffitti sono impreziositi da dipinti elaborati, tappeti, suzani ricamati (tradizionale tessuto ricamato a mano), motivi floreali e dettagli in pizzo. Gli oggetti esposti – mobili, stoviglie, vasi, candelabri, strumenti musicali e manufatti rari dei secoli XIX e XX – svolgono al tempo stesso una funzione museale e decorativa.
La collezione comprende effetti personali, fotografie, ritratti e documenti che illustrano l’attività politica di Khodjaev e il tragico epilogo della sua vita. Una sezione particolarmente suggestiva, intitolata “La vita di un ricco mercante tra XIX e XX secolo”, ricostruisce lo stile di vita delle famiglie abbienti di Bukhara attraverso tappeti antichi, tessuti ricamati, argenteria, ceramiche e arredi finemente lavorati. Degni di nota sono anche i manufatti che testimoniano il patrimonio culturale locale, come strumenti musicali tradizionali, libri e costumi tipici.
La Casa Museo di Fayzulla Khodjaev non è soltanto un monumento architettonico, ma un autentico viaggio nel tempo, capace di immergere il visitatore nella vita quotidiana e nella storia di Bukhara di un secolo fa..
Palazzo Sitorai-i Mokh-i Khosa, Bukhara
A circa 4 km a nord di Bukhara, lungo la strada che dalla “Porta di Samarcanda” conduce a Gijduvan, si trova il Palazzo estivo Sitorai-i Mokh-i Khosa, il cui nome significa “Palazzo simile alla luna e alle stelle”. Il complesso servì come residenza estiva degli ultimi emiri di Bukhara. I primi edifici, costruiti sotto l’emiro Nasrulla Khan (1826-1860), non sono sopravvissuti; la parte principale fu eretta durante il regno dell’ultimo emiro, Mir Seyd Alim Khan (1911-1920).
L’emiro, desideroso di creare un edificio originale che unisse architettura europea, decorazioni persiane e tradizione locale, inviò i migliori architetti e artigiani di Bukhara a studiare le tecniche in San Pietroburgo e Yalta.
Il complesso comprende più cortili e numerose sale. Tra le principali, la Sala Bianca (Khona-i Safed) si distingue per l’intaglio su ganch unico (tecnica utilizzata per decorazioni raffinate, simili al pizzo Sangallo), in cui nessun elemento decorativo si ripete, e per la ricchezza di specchi, vasi cinesi e giapponesi e un lampadario in bronzo donato dallo zar Nicola II. Nel 1913, l’ingegner Margulis installò nel palazzo un generatore elettrico che alimentava l’intera residenza.
Il Palazzo Nuovo ospita la sala delle udienze a forma di “P greca”, la terrazza dei saluti (Salomkhona), le sale per banchetti (Ziyofatlar Zali), la sala del trono (Takhtkhona) e la tesoreria (Khazinakhona). Altri edifici includono l’harem dell’emiro e il “Khona-i Khasht”, un piccolo padiglione per gli ospiti, oggi sede del Museo dell’abbigliamento tradizionale di Bukhara, con straordinari costumi ricamati in oro, tessuti locali e manufatti artigianali dei secoli XIX-XX.
Il palazzo ospita anche collezioni di ceramiche russe e cinesi, tessuti stampati, fotografie storiche e strumenti domestici tradizionali, offrendo una panoramica completa sulla vita e sull’arte della Bukhara dell’epoca. Nonostante i saccheggi durante il periodo sovietico e la dispersione di migliaia di oggetti, oggi le collezioni del museo sono state notevolmente arricchite e restaurate.
Il complesso originale era circondato da giardini, un’area per uno zoo e un teatro, oggi purtroppo scomparsi; rimangono solo alcuni cortili e il giardino centrale. Negli anni ’50 parte del palazzo fu utilizzata come clinica; successivamente sono stati effettuati lavori di restauro che hanno permesso di ricostruire le mura fortificate e alcuni padiglioni della residenza estiva.
Il Complesso di Bakhauddin Naqshband
Il complesso nato come il centro dell’ordine Naqshbandia e dedicato a Bahauddin Naqshbandi rappresenta un insieme di strutture di culto situati nella periferia di Bukhara. Bahauddin Naqshbandi, uno dei più venerati “santi” dell’Asia centrale, il fondatore dell’ordine Naqshbandia, i cui seguaci si sono diffusi in tutto il mondo islamico, morto nel 1389 e sepolto vicino al villaggio Kasri Orifon – il “castello dei conoscenti della verità divina” vicino a Bukhara (attualmente una parte della provincia di Kagan). Il complesso commemorativo ad egli dedicato venne ricostruito più volte, poiché ogni sovrano di Bukhara considerava suo dovere vi aggiungere qualche nuovo elemento.
Nel 1544, Khan Abdulaziz I fece erigere un dakhma (tomba monumentale) circondato da una recinzione in marmo e in tal modo il complesso arrivò allo stato definitivo alla metà del XVI secolo.
Successivamente il dakhma venne circondato dagli aivan dipinti delle moschee di Muzaffar Khan e Khakim Kushbegi. Al centro del cortile fu costruito un khauz (vasca).
All’inizio del nostro secolo, in tutto il complesso di Bahauddin Naqshbandi sono stati portati i lavori di restauro e sistemazione urbanistica. E durante la costruzione del nuovo aivan (porticato) è stato trovato il basamento di una simile struttura antica. Durante i lavori sono stati ripristinati gli archi dei portali d’ingresso fatti in stile tradizionale, le cupole rivestite di piastrelle turchesi, le porte e le colonne realizzate in legno intagliato.
Il cortile attualmente è circondato da un’elegante aivan con i delicati motivi sui soffitti, sorretti da slanciate colonne.
Nel secondo cortile si trova una serie di piccoli edifici del XVIII e XIX secolo: due moschee ai lati dell’ingresso, un basso minareto e una piccola madrasa.
La moschea fu costruita da Muzaffaruddin ibn Nasrullah, il nonno dell’ultimo emiro di Bukhara, Muhammad Alim Khan ibn Abdulakhadkhan. Secondo gli abitanti del villaggio, nonostante numerosi rifacimenti riparazioni, le persiane delle finestre sono originali, realizzate nel XIX secolo.
Il minareto e la moschea femminile furono costruiti nel 1710 dalla madre dell’ultimo khan Ashtarhanide Abulfayz.
La moschea femminile è abbastanza piccola e luminosa. Nonostante lo sfondo di pareti modeste, l’interno viene animato dal luminoso soffitto. La moschea come tutto il complesso è stata più volte restaurata. Ciò che si vede oggi è il risultato del minuzioso lavoro dei restauratori, malgrado il fatto che personale e abitanti locali affermino che l’ornamento dorato del soffitto è l’originale del XVIII secolo.
Oltre la moschea femminile si trovano i rubinetti con “acqua santa”, che proviene da una sorgente sotterranea. Qualche tempo fa vicino al minareto c’era un piccolo pozzo, però a seguito della recente ricostruzione, una parte del cortile ha subito alcuni cambiamenti.
Il monumento principale di tutto il complesso è il khanaka di Abdulaziz Khan, la cui composizione è particolarmente interessante: tutte le facciate si aprono verso l’esterno in forma delle logge a due piani ai lati dei portali centrali, siccome edificato in zone rurale avrebbero dovuto offrire la visual panoramica.
La cupola del khanaka ha la forma insolita sormontata su una cornice di potenti archi intersecatisi, visibili sia dall’esterno, che dall’interno, dove sono incorporati nel soffitto. Come anche negli altri edifici del periodo, l’interno suscita il particolare interesse dal punto di vista ornamentale. Tutta la sala è ricoperta dal kirma: decoro bicolore – bianco sullo sfondo rosso ocra.
A ovest del dakhma, di fronte alla facciata meridionale del khanaka, si formò un enorme cimitero con le tombe dei Khan in marmo grigio.
L’ultimo emiro di Bukhara, Seyid Alimkhan, fece erigere diversi edifici pubblici vicino alla necropoli, tra cui una grande osteria per i gli infiniti pellegrini e uno hammam (bagno turco). Mentre la strada che conduce dalle porte di Bukhara al mazar (mausoleo) di Sheikh Bahauddin fu lastricata per ordine di Nasrullah Khan nel 1827.
Al centro dell’esteso cortile si trova un khauz, per le cui acque galleggiano le spensierate anatre e oche.
È noto che lo sceicco Bahauddin Naqshbandi proibì ai suoi discepoli di registrare le sue opere e prediche. La maggior parte delle notizie su di lui si diffuse dopo la sua morte e priva di tanti elementi della sua biografia. Che porta alla formazione di molte storie inverosimili non corroborate da fatti o documenti storici.
Bahauddin dedicò 3 anni della sua vita al pellegrinaggio per le città sante. E al momento di rientro a Bukhara, aveva definitivamente elaborato la sua visione “sulla purezza dell’Islam”.
Già noto come il grande maestro, lo sceicco Bahouddin Naqshbandi predicava la semplicità e la discrezione, però negava l’ascetismo e la solitudine, dimostrandosi sostenitore della vita mondana, che sviluppasse meglio la personalità. Si opponeva all’ appariscente religiosità e al fittizio ritualismo, digiuni quarantini, dhikr (pratica meditativa) e vagabondaggio.
Queste innovazioni portarono alla crescita espansiva del numero di seguaci. Molti sufi iniziarono a vivere in comunità, in cui, oltre ai tentativi di avvicinarsi ad Allah, lavoravano, guadagnandosi il cibo. Così a Bukhara iniziò a prendere forma l’ordine di Naqshbandia, divenuto famoso in tutto il mondo.
Bakhouddin lavorò come tessitore di canfa (o kamha – stoffa di seta), come cesellatore su vari metalli, ed ha inventato stupendi ornamenti, per cui ha ricevette il soprannome – Naqshband, che significa “l’inventore di disegni”.
Il suo famoso motto ancor’oggi popolare era “Dil ba Yoru, dast ba kor!”, che si traduce come “Cuore al Dio, mani al lavoro!”. Grazie a ciò la sua semplice e comprensibile filosofia è tuttora viene largamente riconosciuta nel mondo islamico.
Bukhara Mosque (Namozgoh)
Il Namozgoh un luogo di culto costruito per le preghiere Eid occupa un posto speciale nel cuore di Bukhara.
La moschea Namazgah o Namazgoh di Bukhara, è un luogo all’aperto con un mihrab monumentale utilizzato per le preghiere congregazionali guidate da un Imam durante importanti feste religiose. Conosciute come moschee di musalla o di festival, i namazgah sono moschee a cielo aperto in grado di ospitare grandi folle o eserciti di campeggio e sono stati spesso costruiti al di fuori delle città, o lungo le strade principali. Il namazgah di Bukhara si trova in mezzo ai frutteti, a sud dello shahristan (città all’interno delle mura). È una delle più antiche strutture sopravvissute di Bukhara, ed è contemporanea al celebre Minareto di Poi Kalan.
La costruzione iniziale risale al secolo XI quando regnava la dinastia Kara-Khanid ed è stata significativamente modificata nei periodi successivi.
Inizialmente la struttura era molto semplice, in pratica è un muro di qibla di mattoni al forno, lungo circa 38 metri. È costituito da una nicchia centrale di mihrab affiancata da un arco cieco su entrambi i lati. Si pensa che l’ampio piazzale sia stato parzialmente recintato, per delimitare il territorio sacro.
Successivamente nel XIII secolo sono state aggiunte bande decorative fatte di piastrelle smaltate.
I sovrani astrakhanidi nel XVII secolo commissionarono le modifiche finali e le più estese.
Oggi il Namozgoh si erge come una delle più antiche moschee sopravvissute di Bukhara. La sua struttura rettangolare è composta da tre stanze principali. Una cupola a terra si trova in cima alla stanza centrale mentre le stanze laterali vantano cupole a cupola. Il portale è ornato da motivi geometrici e versi coranici. Il mihrab (nicchia decorata situata nel muro della qibla di una moschea per indicare la direzione della Mecca) e i suoi dintorni mostrano lo stile architettonico e l’arte decorativa di Bukhara.
Nel cortile si conserva una parte di un hadith un detto del profeta Maometto. Si tratta di un edificio destinato esclusivamente al culto e la guida ci ha sconsigliato la visita.
Baland Mosque
Piccola ma raffinata moschea del XVI sec., con due sale per il periodo invernale e estivo, affreschi interni, decorazioni in mosaico e colonne con muqarnas in legno (che come detto è una forma decorativa a nido d’ape).
La moschea Baland, che significa la “moschea alta”, è stata costruita nei primi anni del XVI secolo nella parte meridionale della città.
Ha una sala di preghiera per l’inverno e un’altra per l’estate.
La sala di preghiera invernale è collocata in una struttura cubica circondata da un angolo ivan, che funge da parte estiva della moschea. Le colonne dell’ivan sono decorate in stile stalattite e sostenute da una fondazione in cemento. Particolarmente impressionanti sono le colonne e il soffitto dell’ivan, ornati con pittura di lusso e ornamentazione, creando un’atmosfera unica all’interno del tempio
La sala d’inverno è decorata con affreschi, mosaici e dorature con temi floreali. Il soffitto è adornato travi sospese. Un fregio esagonale con caratteri d’oro corre su per le pareti sotto il soffitto.
Anche questa moschea ci è stata sconsigliata dalla guida
La Kukeldash Madrasah (costruita tra 1568 – 1569)
La Madrasa Kukeldash, la più grande di Bukhara, occupa un’area di circa 80 × 60 metri e comprende oltre 130 hujra (celle), che in passato hanno accolto più di 320 studenti, impegnati nello studio e nella vita comunitaria all’interno del complesso. L’edificio divenne un potente simbolo dello Stato sotto il governo di Abdulla-khan, riflettendo il ruolo centrale attribuito all’istruzione e alla formazione intellettuale durante il suo regno.
La madrasa si sviluppa su due piani ed è dominata da un imponente portale d’ingresso rivestito di mosaici, che introduce all’armonia architettonica dell’intero complesso. Il portale è arricchito da profonde nicchie ad arco ed è fiancheggiato agli angoli da raffinate colonne in onice verde traslucido, la cui lavorazione testimonia l’elevato livello dell’artigianato dell’epoca. La ricchezza decorativa dell’ingresso anticipa la sobria eleganza degli spazi interni.
All’interno, la madrasa presenta un raffinato esempio dello stile noto come “interno bianco”, caratterizzato da un linguaggio essenziale e luminoso. La predominanza del bianco contribuisce a creare un’atmosfera di purezza, quiete e raccoglimento, particolarmente adatta alla funzione educativa e spirituale dell’edificio.
Attualmente, la Madrasa Kukeldash è interessata da interventi di restauro e ricostruzione, finalizzati alla conservazione della sua integrità storica e architettonica. Questi lavori mirano a garantire la tutela del complesso e a preservarne il ruolo di importante punto di riferimento culturale ed educativo nel panorama monumentale di Bukhara.
Necropoli di Chor-Bakr, nei pressi di Bukhara
A circa cinque chilometri a ovest di Bukhara, in una zona rurale dove i campi sono scanditi da filari di gelsi, si trova uno dei luoghi più suggestivi e insoliti della regione: la Necropoli di Chor-Bakr, conosciuta anche come la “città dei morti”. Le prime sepolture risalgono a oltre mille anni fa, quando nell’area esisteva un piccolo insediamento di dervisci (asceti dediti alla ricerca di Dio tramite la preghiera e la danza rituale). Tuttavia, il grandioso complesso architettonico che oggi accoglie migliaia di pellegrini prese forma soltanto nel XVI secolo.
Nel X secolo, durante il dominio della dinastia samanide, a Bukhara viveva l’antica e influente famiglia dei Seyyid di Djuybar, ritenuti discendenti del profeta Maometto. Questa famiglia svolse per secoli un ruolo fondamentale nella vita politica e religiosa della città e fece della zona di Chor-Bakr il proprio cimitero di famiglia.
Nel 1560, il sovrano shaybanide Abdullah Khan II decise di onorare la prestigiosa stirpe dei Djuybar ordinando la costruzione di una moschea, di una madrasa e di una khanaka (luogo di ritiro spirituale dei sufi). Il complesso fu concepito come dono al suo maestro spirituale, Sheikh Muhammad Islam Khoja, scomparso nel 1563, anno in cui i lavori furono completati.
Alla morte di Muhammad Islam, il figlio Khodja Bakr Sadi, deceduto nel 1593, fu sepolto accanto al padre. In seguito vi trovarono sepoltura anche altri membri della famiglia, tra cui Abu Bakr Fazl e Tojidin Hasan. Questi quattro personaggi, accomunati dal titolo di “Bakr”, riposano in un’unica khazira. Il termine Bakr significa “fratello”, mentre Chor-Bakr può essere tradotto come “Quattro Fratelli”.
La khazira è una particolare struttura funeraria costituita da un cortile chiuso da alte mura, con un solo accesso attraverso un portale finemente decorato. Questa tipologia architettonica distingue la necropoli di Chor-Bakr da altri complessi funerari dell’Uzbekistan, come la necropoli di Shakhi-Zinda. L’intero complesso segue infatti lo stesso schema architettonico.
La khazira dei Seyyid di Djuybar, situata nella parte nord-occidentale del complesso, è raggiungibile attraverso un lungo corridoio, dove l’eco dei passi rimbalza sulle pareti di mattoni creando un’atmosfera suggestiva. Le altre khazire, collocate nella sezione orientale, si susseguono in fila da nord a sud. Di fronte a esse, oltre un piccolo stagno, sorgono la moschea e la khanaka. Con il passare del tempo, le regole di sepoltura divennero meno rigide e Chor-Bakr si trasformò nel sepolcro dinastico dei Djuybar, accogliendo anche le tombe delle donne della famiglia.
All’inizio del XX secolo fu aggiunto un piccolo minareto, che richiama nella forma il celebre minareto Kalyan di Bukhara. Oggi il complesso comprende circa 30 edifici storici. A nord della necropoli si estende inoltre un ampio giardino, impiantato già nel XVI secolo, con pioppi, platani, salici e numerosi alberi da frutto.
GIORNO 20 agosto giovedì
Concordata visita guidata ~Viktoriya Guida Bukhara, contatto whatsapp +998 91 400 76 12 80 euro, per 6/7 ore di visita
MAUSOLEI
Mausoleo dei Samanidi – Ismail Samani
Il più antico monumento islamico della città (IX–X sec.). È costruito in mattoni finemente modellati con motivi geometrici a rilievo. La struttura separa simbolicamente terra (la base cubica) dal cielo (la cupola), ed è miracolato essere sopravvissuto all’invasione di Gengis Khan.
Tra i monumenti medievali di Bukhara, il Mausoleo dei Samanidi occupa una posizione di assoluto rilievo. Questo celebre capolavoro architettonico risale alla fine del IX secolo e rappresenta uno dei più antichi esempi di architettura islamica dell’Asia Centrale. In origine fu edificato come cripta di famiglia dopo la morte del padre di Ismail Samani; in seguito vi furono sepolti lo stesso Ismail Samani e suo nipote Hasr.
La costruzione di un mausoleo funerario costituiva tuttavia una violazione della legge islamica dell’epoca, che proibiva l’erezione di monumenti sulle tombe dei credenti musulmani. Questo divieto era stato infranto per la prima volta a metà del IX secolo, quando un califfo fece realizzare per sé un mausoleo personale, noto come “as-Suli-biya”. Ismail Samani si limitò dunque a seguire questo precedente, dando origine a un’opera destinata a diventare un modello architettonico senza pari.
Il Mausoleo dei Samanidi colpisce per la raffinata semplicità del suo progetto, evidente nell’armonia delle proporzioni e nell’equilibrio tra facciate e spazi interni. La struttura si basa su uno schema essenziale: una cupola semisferica impostata su un volume cubico. Le quattro facciate sono identiche e presentano colonne angolari a tre quarti, mentre un ingresso centrale è sottolineato da una marcata linea orizzontale di separazione. L’insieme è completato da una cornice superiore che rafforza la compattezza visiva dell’edificio.
Il cuore del mausoleo è caratterizzato da un uso magistrale dei mattoni cotti, disposti secondo motivi orizzontali, verticali e diagonali che animano le superfici murarie. A questi si affiancano elementi decorativi isolati, come dischi e rosette, che arricchiscono il linguaggio ornamentale. L’analisi dell’edificio rivela che l’intera composizione si fonda su schemi geometrici rigorosi, basati su quadrati e diagonali che generano linee dinamiche e progressive. Questa coerenza formale si estende anche agli interni, dove architettura e decorazione si fondono in un sistema unitario.
Dal punto di vista stilistico, il mausoleo attinge ampiamente alla tradizione architettonica sogdiana (antica civiltà iranica) preislamica, riconoscibile nelle composizioni a cupola su quattro archi e nelle forme gradualmente decrescenti verso la sommità dell’edificio. Elementi come dischi e rosette applicati alle colonne decorative, in particolare nella zona di transizione tra il tamburo e la cupola, testimoniano questa continuità culturale.
Pur radicato nell’eredità preislamica, il Mausoleo dei Samanidi segna al contempo l’emergere di un nuovo linguaggio architettonico islamico, caratterizzato da dimensioni contenute ma da un forte impatto simbolico. L’edificio trasmette un profondo senso di solennità e di passaggio dal mondo terreno a quello eterno. Con i suoi raffinati intrecci di mattoni e la rigorosa geometria delle forme, il mausoleo si impone come una straordinaria testimonianza dell’ingegno e della sensibilità artistica dei suoi creatori, rimanendo ancora oggi uno dei più importanti simboli storici e culturali di Bukhara e della dinastia samanide.
Mausoleo Chashma Ayub
Il Mausoleo di Chashma Ayub, secondo la tradizione segna il luogo in cui il profeta Giobbe colpì la terra arida facendo sgorgare miracolosamente una sorgente di acqua potabile pura, salvando i suoi seguaci mentre le popolazioni circostanti morivano di sete. La città si sviluppò attorno a questo sito sacro, circostanza che potrebbe spiegare perché la prima comunità ebraica di Bukhara scelse di insediarsi proprio qui.
Molto prima della nascita di Bukhara, e addirittura un millennio prima dell’avvento dell’Islam, il profeta Giobbe giunse nella valle dello Zerafshan durante una terribile siccità. Mentre la popolazione periva per la mancanza d’acqua, Giobbe colpì la terra polverosa con il suo bastone e fece sgorgare una fresca sorgente di acqua dolce, che portò salvezza e vita. L’apparizione improvvisa di questo pozzo stupì profondamente la gente per la purezza e la forza vitale della sua acqua. Chashma Ayub, la “Sorgente di Giobbe”, commemora proprio questo evento miracoloso, e si crede ancora oggi che l’acqua mantenga le sue qualità limpide e benefiche.
Chashma Ayub appartiene alla categoria dei luoghi sacri detti kadamjoy, ossia “luoghi delle orme”, lasciati in eredità da figure sacre. Secondo le fonti storiche, un edificio di culto esisteva in questo luogo già prima del XIV secolo. La struttura attuale, risalente originariamente al XII secolo, fu ricostruita in forma più austera da Timur nel 1380 per proteggere la tomba sacra sottostante. Le due cupole sovrapposte, una interna e una esterna, sono progettate per apparire identiche sia dall’interno che dall’esterno. La loro forma, insolita per la regione, sembra ispirata ai tetti delle tende dei nomadi del deserto.
Il mausoleo odierno si presenta come una costruzione severa, quasi fortificata e priva di ricche decorazioni, situata a poche centinaia di metri dal Mausoleo di Ismail Samani. È composto da quattro ambienti coperti da cupole, ciascuno edificato in epoche diverse e con stili differenti, offrendo così una notevole panoramica dell’evoluzione architettonica nel tempo. Sebbene parte della struttura sia andata perduta, gli elementi conservati mostrano un portale d’ingresso armonioso e i resti della parete divisoria occidentale.
Il portale segue uno schema tradizionale, formato da due piloni che inquadrano una nicchia sovrastata da una semi-volta. La parte settentrionale del portale è costituita da un muro a capanna con una porta, mentre sul lato occidentale si trovava un massiccio muro in mattoni, oggi parzialmente perduto. La sala centrale è sormontata da una cupola a forma di tenda. Un’iscrizione riporta la data di costruzione: 1208–1209 d.C. (605 dell’era islamica), elemento di grande valore storico.
Sotto la cupola conica ne è sospesa una seconda, nascosta, che rende l’aspetto interno simile a quello delle tre aggiunte successive del XVI secolo.
Nel suo insieme, il mausoleo trasmette una profonda sensazione di pace e contemplazione: “I musulmani non muoiono, ma passano da una porta all’altra”.
Il complesso commemorativo riflette anche il profondo rispetto, quasi sacro, per l’acqua in queste regioni aride, tema ripreso oggi dal Museo dell’Approvvigionamento Idrico. Le esposizioni spaziano dall’epoca dell’emirato, quando i portatori d’acqua vendevano nei bazar otri gonfiabili spesso infestati da vermi, fino ai grandiosi ma discutibili progetti idraulici dell’era sovietica, come i canali Amu-Bukhara e Samarcanda-Bukhara. Per molti visitatori uzbeki e tagiki, tuttavia, queste opere moderne sono insignificanti rispetto alla vera fonte di venerazione: l’acqua profonda, dolce e pura della sorgente di Giobbe.
Proprio di fronte a Chashma Ayub sorge il sorprendente e moderno complesso commemorativo di Al-Bukhari, il figlio più illustre di Bukhara. Un enorme libro sorretto da una mezzaluna simboleggia la celebre raccolta di hadith, i detti del Profeta Muhammad, che Al-Bukhari dedicò la sua vita a compilare. Il museo annesso offre poche informazioni in inglese. Poco distante si trova il principale bazar della città, particolarmente animato la domenica e il giovedì, che in passato ospitava anche spettacolari esibizioni di funamboli.
MOSCHEE
Moschea Bolo Hauz o Khauz
La moschea fu costruita a partire dal 1712 con iwan in legno aggiunto nel 1917
Situata sul lato occidentale dell’antico registan, la grande piazza cittadina, la moschea Bolo Hauz sorge di fronte alla Fortezza dell’Arca, in una disposizione urbanistica detta kosh, con la piazza a separare i due complessi. Il suo nome significa “sopra la vasca” e si riferisce all’hauz ottagonale, una vasca artificiale collocata proprio davanti all’edificio. A Bukhara, infatti, le moschee tradizionalmente includevano una vasca d’acqua, quando possibile, come avviene anche nella moschea Hoja Zayniddin. Avviata nel 1712, agli inizi del regno di Abu’l-Faiz Khan (1711–1747), la Bolo Hauz rappresenta uno degli ultimi e più raffinati edifici monumentali realizzati a Bukhara prima dell’epoca moderna.
La Bolo Hauz è una moschea del venerdì (jami‘), sufficientemente ampia da accogliere le preghiere solenni ed obbligatorie del venerdì del jumu‘ah di una parte significativa della popolazione. In realtà, essa fungeva soprattutto da luogo di culto personale del Khan regnante, che si recava spesso dall’Arca alla moschea con grande sfarzo, avanzando su tappeti stesi appositamente lungo il percorso. Durante la preghiera del venerdì, il suo nome veniva proclamato pubblicamente, a sottolineare l’autorità assoluta del sovrano sulla città e su tutti i suoi affari.
Dal punto di vista architettonico, la moschea presenta una soluzione ibrida, frutto dell’adattamento alle estreme condizioni climatiche di Bukhara: estati torride, inverni rigidissimi e brevi stagioni intermedie più miti. Come avveniva anche a Khiva, gli architetti risposero a queste esigenze progettando edifici dotati di iwan orientati a nord o a est, aperti su uno o più lati, in grado di garantire ventilazione e ombra nei mesi estivi. Durante l’inverno, invece, i fedeli si raccoglievano negli ambienti interni, dove era possibile accendere fuochi per riscaldarsi. Alla Bolo Hauz, il nucleo dell’edificio è costituito dalla moschea invernale, caratterizzata da massicce pareti in mattoni e coperta da una grande cupola. L’interno è decorato con volte a muqarnas, particolarmente evidenti nell’anticamera adiacente al mihrab (che come detto è la nicchia decorata che indica la direzione della Mecca).
Nei mesi estivi, il culto si svolgeva invece nell’ampio iwan sul lato orientale, una sala colonnata di 42 × 10 metri sostenuta da venti pilastri e chiusa su tre lati dalle mura in mattoni della moschea. Come osservano Chuvin e DeGeorge, questa struttura richiama il modello dei “quaranta pilastri” o Chehel Sotoun (padiglione reale del XVII secolo, patrimonio dell’Unesco, situato a Isfahan, in Iran, famoso per il suo giardino storico e la loggia dalle 20 colonne di legno che, riflettendosi nella piscina antistante, creano l’illusione ottica di quaranta colonne). Ogni colonna è realizzata unendo due tronchi d’albero in successione per aumentarne l’altezza ed è costruita in legno di noce, olmo e pioppo.
È tuttavia importante sottolineare che la grande sala con iwan a venti colonne rappresenta un’aggiunta relativamente tarda, risalente all’inizio del XX secolo. In precedenza, la moschea era composta unicamente dal nucleo centrale in mattoni oppure da un più antico iwan ligneo oggi scomparso. In ogni caso, è significativo che l’attuale iwan sia sopravvissuto all’assedio di Bukhara da parte dell’Armata Rossa negli anni Venti, durante il quale gran parte della vicina Fortezza dell’Arca fu devastata da incendi.
Moschea Magoki-Attori
La moschea Magoki-Attori, situata nel centro storico di Bukhara, rappresenta un significativo esempio di moschea urbana inserita in un contesto residenziale. L’edificio sorge su un sito di culto pre-islamico, a testimonianza delle profonde stratificazioni storiche del luogo. Gli scavi archeologici hanno inoltre dimostrato che già in epoca samanide esisteva qui una moschea sostenuta da sei pilastri, probabilmente coperta da una cupola. Nel XII secolo l’edificio fu oggetto di un’importante ricostruzione, che comportò l’innalzamento del piano di calpestio e la ridefinizione della facciata principale, giunta in gran parte intatta fino ai giorni nostri.
Nel corso del XVI secolo, il progressivo accumulo di strati culturali e urbanistici fece apparire la moschea come se fosse sprofondata nel terreno. Solo gli scavi condotti negli anni Trenta del Novecento permisero di riportare alla luce la facciata, rivelandone pienamente il valore storico e architettonico.
La facciata della moschea Magoki-Attori si distingue per la sua marcata asimmetria. Sul lato destro si apre un portale con volta incassata, incorniciato da fasce rettangolari. L’apparato decorativo è realizzato principalmente in mattoni rivestiti, disposti secondo complessi motivi geometrici, e in piastrelle di terracotta intagliata con ornamenti vegetali. La terracotta scolpita impreziosisce anche i piloni e le volte degli archi, dove motivi floreali si intrecciano con iscrizioni arricchite da smalto blu. Questa raffinata combinazione decorativa rende la Magoki-Attori uno degli esempi più rappresentativi dell’architettura centroasiatica del periodo kara-khanide.
L’armoniosa fusione di elementi architettonici pre-islamici e islamici mette in luce la pluralità di influenze culturali che hanno caratterizzato la regione nel corso dei secoli, sottolineando al tempo stesso la continuità e la profondità della sua eredità storica.
La Moschea Kalyan o Kalon
La Moschea Kalyan è uno dei monumenti più importanti e rappresentativi di Bukhara, le cui origini risalgono al XV secolo. Gli scavi archeologici indicano che l’antica moschea del venerdì (Djuma) di epoca karakhanide fu distrutta da un incendio e successivamente smantellata, probabilmente durante l’invasione mongola. In seguito venne ricostruita, ma anche questa seconda struttura ebbe vita breve. L’edificio attuale fu infine eretto nel XV secolo, in epoca shaybanide, come attestano le fonti scritte contemporanee.
Durante il regno di Timur (Tamerlano), la costruzione dei grandi edifici monumentali fu concentrata soprattutto a Samarcanda e Shahrisabz. Tuttavia, sotto il governo di Ulugh Beg, il potente clero di Bukhara promosse la realizzazione di una nuova grande moschea del venerdì sul sito dell’edificio precedente. Le dimensioni della Moschea Kalyan sono solo leggermente inferiori a quelle della monumentale Bibi-Khanum, la moschea congregazionale (principale moschea cittadina utilizzata per le preghiere del venerdì) fatta costruire da Timur a Samarcanda, anche se la decorazione della moschea di Bukhara appare più sobria.
La Moschea Kalyan presenta una pianta tradizionale: un ampio cortile rettangolare al centro, con una grande sala della maksura (spazio riservato al sovrano) al sul lato occidentale. Lungo ciascun asse del cortile si apre un grande ayvan, mentre l’intero perimetro è circondato da gallerie con cupole sostenute da pilastri: in totale si contano 208 pilastri e 288 cupole.
La maksura, di forma quadrata, è caratterizzata da profonde nicchie lungo l’asse trasversale e da un mihrab disposto sull’asse principale. La struttura della cupola rispecchia i modelli architettonici tipici dei primi decenni del XV secolo: un ottagono di pennacchi ad arco sostiene una cupola interna a volta, sormontata da una cupola esterna azzurra, di forma sferica, poggiata su un tamburo. Ancora oggi questa cupola domina in modo inconfondibile il profilo urbano di Bukhara.
I lavori di costruzione della moschea furono completati nel 1514, sotto la direzione di Ubaydullah Khan. In questa fase furono aggiunti nuovi elementi architettonici, tra cui la facciata principale con un grande peshtak (portale) centrale, le gul-dasta (torri decorative) e una serie di archi murali.
La decorazione dell’edificio è volutamente misurata e raffinata: si basa prevalentemente sull’uso di mattoni e piastrelle smaltate, disposte a creare motivi geometrici intrecciati. Gli apparati decorativi si concentrano soprattutto sulla facciata principale e sul mihrab. Tuttavia, le ricerche archeologiche hanno rivelato, dietro questa decorazione più tarda, un rivestimento precedente composto da piastrelle esagonali e da una fascia musiva ornamentale. Questa decorazione più antica, risalente al XV secolo, reca il nome del maestro artigiano che la realizzò, Bayazid Purani.
MADRASSE
madrasa di Ulugbek
La madrasa di Ulugbek a Bukhara è uno dei più importanti monumenti storici e architettonici della città. La sua fondazione risale al 1417, come attestato da un’iscrizione incisa su una lastra di bronzo posta sulla porta d’ingresso. Sul timpano del portale è inoltre riportato il nome del maestro costruttore, Ismail ibn Takhir ibn Makhmud Ispfargoni, che si ritiene fosse il nipote di uno degli artigiani deportati da Tamerlano dall’Iran, i cui nomi compaiono anche sul portale del celebre complesso Gur-Emir di Samarcanda.
La madrasa di Ulugbek a Bukhara rappresenta la prima istituzione educativa fatta erigere da Ulugbek, sovrano illuminato e grande studioso. Pur essendo di dimensioni relativamente contenute, l’edificio si distingue per la forza e l’eleganza delle sue forme architettoniche. La struttura è organizzata attorno a un cortile quadrato con due ayvan, circondato da hujra (le celle degli studenti) disposte su due livelli. All’interno del complesso trovano spazio anche una darskhana (aula per l’insegnamento), sale coperte da cupole e una moschea collocata in corrispondenza dell’ingresso principale.
Il progetto architettonico della madrasa riflette l’ingegno e la visione artistica dei suoi ideatori. Il cortile con due ayvan costituisce un elemento distintivo, offrendo un ambiente raccolto e contemplativo per studenti e studiosi. Le hujra a due piani, disposte regolarmente lungo il perimetro del cortile, fornivano spazi sia per l’alloggio sia per lo studio. Le sale cupolate della darskhana colpiscono per l’armonia delle loro proporzioni, mentre la moschea, posta all’incrocio con la sala d’ingresso, svolgeva un ruolo centrale nella vita spirituale della comunità accademica.
Oltre a essere un notevole esempio di architettura timuride, la madrasa di Ulugbek è anche un potente simbolo della tradizione culturale ed educativa di Bukhara. Essa richiama il ruolo storico della città come importante centro di sapere e formazione e continua ancora oggi ad attirare visitatori e studiosi, offrendo una preziosa testimonianza delle conquiste intellettuali e artistiche del passato.
madrasa di Abdullazizkhan
Di fronte alla madrasa di Ulugbek sorge la madrasa di Abdullazizkhan, l’ultima grande madrasa costruita a Bukhara.
La Madrasa di Abdulaziz Khan, edificata tra il 1652 e il 1654, si distingue per la ricca decorazione in maiolica gialla e blu che impreziosisce portali e cortili. L’edificio fa parte di uno dei complessi architettonici più iconici di Bukhara, situato accanto all’antico bazar, nel cuore del centro storico.
La madrasa fu completata quasi due secoli dopo la celebre Madrasa di Ulugbek, che sorge proprio di fronte, sul lato opposto della strada. Sebbene i due edifici formino un unico insieme architettonico, un’osservazione attenta rivela come siano stati concepiti secondo stili profondamente differenti. Questa contrapposizione mette in luce l’evoluzione del linguaggio architettonico e decorativo dell’Asia Centrale nel corso dei secoli.
L’eccezionale abilità degli architetti dell’epoca si manifesta sia negli spazi esterni sia in quelli interni della madrasa, rendendola una testimonianza tangibile dello sviluppo culturale e artistico della regione. Rispetto alla più sobria Madrasa di Ulugbek, quella di Abdulaziz Khan appare più ampia, monumentale e scenografica. Il portale d’ingresso colpisce per la sua imponenza e per l’uso innovativo dei colori, dove il giallo si affianca al tradizionale blu lapislazzuli, insieme a nuove soluzioni strutturali e decorative.
La madrasa fu commissionata da Abdulaziz Khan, esponente della dinastia Ashtarkhanide, con l’ambizione dichiarata di superare in fasto e grandiosità tutte le costruzioni precedenti. Che questo obiettivo sia stato pienamente raggiunto o meno è materia di dibattito, ma è certo che l’edificio figura oggi tra le attrazioni più importanti di Bukhara. Tra i principali architetti e progettisti coinvolti vi furono Muhammad Salih, Mawlana Muhammad Amin e Min Hakan bin Khoja. Pur basandosi su tecniche costruttive tradizionali, essi concepirono una struttura dal layout complesso e articolato, che ancora oggi sorprende per la sua ricchezza formale.
L’ingresso della madrasa si distingue per la notevole altezza e per l’estrema cura dei dettagli. L’atrio presenta una composizione spaziale multidimensionale, arricchita da stalattiti pendenti e decorazioni luminose e policrome. I mosaici della facciata principale intrecciano motivi geometrici, elementi vegetali e creature fantastiche immerse in un universo floreale. Questa complessità decorativa riflette la visione mistica dei poeti sufi, per i quali l’ornamento architettonico rappresentava una metafora dell’ordine e dell’armonia dell’universo.
La madrasa comprende inoltre due moschee, una destinata all’uso invernale e l’altra a quello estivo, entrambe caratterizzate da pareti e soffitti riccamente decorati, che completano l’immagine di un edificio concepito come sintesi di sapere, spiritualità e splendore artistico.
Dal punto di vista compositivo, l’edificio segue lo schema tradizionale con cortile a quattro ayvan, ma si distingue per soluzioni architettoniche insolite, come la disposizione divergente dei gruppi di hujra dopo gli ayvan laterali e la presenza di edifici cupolati lungo l’asse centrale.
Particolarmente interessante è l’organizzazione degli alloggi per gli studenti, che comprendevano un ingresso e una hujrae risultavano notevolmente migliorati rispetto al passato. Le stanze erano dotate di spazi liberi, soppalchi, nicchie murarie per la biancheria da letto e le stoviglie, ed erano decorate secondo i gusti degli abitanti, che affittavano questi ambienti durante il periodo di studio.
La Kukeldash Madrasah (costruita tra 1568 – 1569)
La Madrasa Kukeldash, la più grande di Bukhara, occupa un’area di circa 80 × 60 metri e comprende oltre 130 hujra (celle), che in passato hanno accolto più di 320 studenti, impegnati nello studio e nella vita comunitaria all’interno del complesso. L’edificio divenne un potente simbolo dello Stato sotto il governo di Abdulla-khan, riflettendo il ruolo centrale attribuito all’istruzione e alla formazione intellettuale durante il suo regno.
La madrasa si sviluppa su due piani ed è dominata da un imponente portale d’ingresso rivestito di mosaici, che introduce all’armonia architettonica dell’intero complesso. Il portale è arricchito da profonde nicchie ad arco ed è fiancheggiato agli angoli da raffinate colonne in onice verde traslucido, la cui lavorazione testimonia l’elevato livello dell’artigianato dell’epoca. La ricchezza decorativa dell’ingresso anticipa la sobria eleganza degli spazi interni.
All’interno, la madrasa presenta un raffinato esempio dello stile noto come “interno bianco”, caratterizzato da un linguaggio essenziale e luminoso. La predominanza del bianco contribuisce a creare un’atmosfera di purezza, quiete e raccoglimento, particolarmente adatta alla funzione educativa e spirituale dell’edificio.
Attualmente, la Madrasa Kukeldash è interessata da interventi di restauro e ricostruzione, finalizzati alla conservazione della sua integrità storica e architettonica. Questi lavori mirano a garantire la tutela del complesso e a preservarne il ruolo di importante punto di riferimento culturale ed educativo nel panorama monumentale di Bukhara.
La Madrasa Miri-Arab
Le due grandi cupole azzurre della Madrasa Miri-Arab svettano sugli edifici circostanti nel cuore di Bukhara. Insieme alla Moschea Kalyan e al celebre minareto, questo importante istituto religioso e scolastico costituisce il complesso architettonico Poi-Kalyan, considerato il principale centro spirituale della città.
La costruzione della madrasa risale al XVI secolo ed è legata alla figura dello sceicco Abdallah Yamani, originario dello Yemen, guida spirituale della dinastia shaybanide. La data esatta dell’inizio dei lavori non è nota. Secondo una prima ipotesi, l’edificio sarebbe stato realizzato tra il 1530 e il 1535/1536; un’altra versione sostiene che la madrasa fu edificata per celebrare la vittoria dell’esercito shaybanide sulle truppe del sovrano safavide Shah Ismail I nella battaglia di Gijduvan del 1512. Si ritiene inoltre che il completamento dell’opera sia stato finanziato da Ubaydullah Khan, grazie ai proventi derivanti dalla vendita come schiavi di circa 3000 prigionieri iraniani.
La Madrasa Miri-Arab è considerata uno dei monumenti più significativi di Bukhara e, a differenza di molte altre, è ancora oggi un’istituzione attiva, dove vengono formati futuri imam e guide religiose.
L’edificio segue i canoni dell’architettura tradizionale centroasiatica: un cortile quadrato circondato da celle su due livelli, con due grandi sale cupolate situate negli angoli destro e sinistro. Al centro della facciata principale si aprono logge a due piani, enfatizzate da un imponente portale. Il cortile interno è decorato con mosaici intagliati di grande raffinatezza.
All’interno del complesso si trova il mausoleo di Ubaydullah Khan, emiro di Bukhara dal 1533 al 1540. Nella parte principale dell’edificio è situata anche la tomba di Miri-Arab (sceicco Abdallah Yamani), la guida spirituale del khan, alla quale la madrasa deve il suo nome. Qui riposa inoltre Muhammad Kasim, maestro di Ubaydullah.
La decorazione della Madrasa Miri-Arab è dominata da mosaici in pietra di straordinaria qualità, con motivi geometrici, floreali e calligrafici. Il portale, i timpani delle logge sulla facciata principale, gli archi delle hujra sulle facciate interne e i tamburi delle cupole sono riccamente ornati. Le cupole esterne sono rivestite da piastrelle azzurre, che conferiscono all’edificio il suo aspetto inconfondibile.
Particolare attenzione merita il mausoleo interno, decorato con pannelli e grate in mosaico policromo e con pareti e volte rivestite in ganch, un materiale simile allo stucco in gesso.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Madrasa Miri-Arab fu l’unico istituto di istruzione religiosa dell’Unione Sovietica a riprendere le attività. Molti dei più importanti imam del periodo sovietico si formarono proprio in questo centro.
Nonostante i numerosi danni subiti nel corso dei secoli, accurati lavori di restauro hanno permesso di recuperare gran parte dell’edificio, restituendogli il suo aspetto originario. Ancora oggi, come in passato, la maestosa facciata e l’armonia architettonica della madrasa continuano a suscitare ammirazione e stupore nei visitatori.
La Madrasa Amir-Allimkhan
A sud della Miri-Arab si trova la Madrasa Amir-Allimkhan, di dimensioni più contenute ma perfettamente integrata nel contesto del complesso. Pur essendo meno imponente, contribuisce all’equilibrio visivo e all’unità architettonica del Po-i-Kalyan Ensemble.
Madrasa di Nodir Devon Begi, Bukhara
La Madrasa di Nodir Devon Begi, raffinato capolavoro architettonico situato nel cuore di Bukhara, in Uzbekistan, rappresenta una testimonianza straordinaria del ricco patrimonio culturale e della tradizione intellettuale della città. Fu edificata all’inizio del XVII secolo, nel 1622, durante il regno di Abdullah II, potente sovrano del Khanato di Bukhara, in memoria di Nodir Devon Begi, stimato visir e uomo di stato dell’epoca.
La madrasa incarna l’impegno di Bukhara nella promozione dell’istruzione e del sapere nel periodo medievale. Consapevole dell’importanza della formazione religiosa e intellettuale, Abdullah II volle creare un luogo dedicato allo studio della teologia islamica, del diritto e della filosofia, offrendo agli studenti un ambiente favorevole alla crescita spirituale e culturale.
Dal punto di vista architettonico, la Madrasa di Nodir Devon Begi affascina per la sua facciata elegante, impreziosita da piastrelle smaltate, motivi geometrici e raffinate iscrizioni calligrafiche. Il cortile centrale, circondato da nicchie ad arco e slanciate torri, trasmette un senso di armonia e raccoglimento, invitando il visitatore alla contemplazione in un’atmosfera di quiete e solennità.
Oggi la madrasa riveste un ruolo di grande interesse turistico, fungendo sia da monumento storico sia da centro culturale attivo. Attira visitatori da tutto il mondo, offrendo uno sguardo privilegiato sulla storia di Bukhara e sull’eredità duratura della cultura e della scienza islamica nella regione.
I visitatori possono esplorare le sale e le celle accuratamente conservate, ammirando mosaici finemente lavorati, intagli in legno, e antichi manoscritti. Inoltre, la madrasa ospita regolarmente eventi culturali, mostre e spettacoli, permettendo di entrare in contatto diretto con le tradizioni artistiche e la vivace vita culturale della città.
Complesso Po-i-Kalyan o Kalon (Minareto, Moschea e Madrassa)
Il Complesso Po-i-Kalyan rappresenta il cuore monumentale di Bukhara ed è il principale insieme architettonico del centro storico. Sorge in una posizione strategica, all’incrocio dei tradizionali “quattro bazar”, punto nevralgico della vita commerciale e religiosa della città. Il nome Po-i-Kalyan, che significa “ai piedi del Grande”, fa riferimento al maestoso Minareto Kalyan, elemento dominante dell’intero complesso.
L’ensemble comprende quattro edifici di grande rilievo: la Moschea Kalyan, la Madrasa Miri-Arab, il Minareto Kalyan e la più piccola Madrasa Amir-Allimkhan, situata a sud della Miri-Arab. Insieme, questi monumenti formano uno dei più armoniosi e rappresentativi complessi dell’architettura islamica dell’Asia Centrale.
Il Minareto Kalyan
Il Minareto Kalyan si erge come un imponente pilastro verticale che domina il profilo urbano di Bukhara. Nei primi secoli dell’Islam, per la chiamata alla preghiera obbligatoria (azan), era sufficiente salire sul tetto della moschea; solo successivamente si sviluppò il minareto come struttura autonoma. Il termine “minareto” deriva dal vocabolo arabo manāra o manār, che significa letteralmente “faro”, “luogo luminoso” o “torre di segnalazione”. Il significato metaforico indica la moschea come un punto di riferimento che diffonde sapere e conoscenza, proprio come un faro guida le navi,
Nel corso del tempo, i minareti divennero elementi fondamentali degli insiemi architettonici urbani, conferendo identità e riconoscibilità alle città. All’inizio del XII secolo, il sovrano Arslan-khan ordinò la ricostruzione del minareto della vecchia moschea; tuttavia, la struttura appena completata crollò, distruggendosi per due terzi. Fu quindi deciso di erigere un nuovo minareto: un’iscrizione in maiolica turchese, posta sotto la cornice superiore, attesta il completamento dell’opera nel XII secolo. Sul fusto centrale compaiono il nome di Arslan-khan e quello del capomastro Bano, la cui sepoltura, secondo la tradizione locale, si troverebbe nei pressi delle fortificazioni vicine.
Il Minareto Kalyan è un perfetto esempio dello stile architettonico del Mawarannahr (Mawarannahr o Transoxiana, fiorito soprattutto sotto i Timuridi (XIV-XV sec.) tra Samarcanda e Bukhara, è un’architettura islamica monumentale e persiana. È caratterizzato da maestosi portali, enormi cupole a bulbo turchesi, uso intensivo di piastrelle smaltate, complessi mosaici geometrici e
volte a muqarnas). La torre cilindrica in mattoni è decorata da una serie di fasce ornamentali e aperture ad arco. Il diametro alla base è di 9 metri, riducendosi progressivamente fino a 6 metri in sommità, mentre l’altezza complessiva raggiunge i 45,6 metri. All’interno, una scala a chiocciola in mattoni conduce fino alla cima, dove una lanterna con sedici arcate corona la struttura, sorretta da mensole decorate con una cornice a stalattiti.
Khanaka di Nodir Devonbegi, Bukhara
La Khanaka di Nodir Devonbegi (uzbeko: Nodir devonbegi xonaqohi) è un importante monumento storico situato nel cuore di Bukhara, in Uzbekistan. In generale una Khanaka è un edificio islamico destinato alla fede e alla vita in comune. Fu fondata tra il 1620 e il 1621 da Nodir Devonbegi (Nodir Mirzo Togay ibn Sultan), visir e fratello del sovrano di Bukhara, Imamquli Khan. La khanaka è inclusa nella lista nazionale degli oggetti di patrimonio culturale immateriale dell’Uzbekistan e rappresenta un edificio tradizionale destinato a fungere sia da residenza sia da luogo di preghiera per i mistici sufi.
La Khanaka di Nodir Devonbegi fu realizzata nel 1620, insieme a un bacino d’acqua che fa parte dell’insieme storico di Lyab-i Hauz, un complesso di edifici storici nel centro di Bukhara. La struttura era principalmente destinata ad accogliere dervisci, mentre il vicino Lyab-i Hauz, scavato nello stesso anno, completava l’insieme.
L’edificio è composto da più stanze, con due torri a forma di minareto che segnano l’ingresso e 28 piccole cupole sul tetto. La sala centrale è dotata di porte su tre lati e di un mihrab (nicchia per la preghiera) sul lato occidentale. Negli angoli si trovano le celle dei dervisci. In passato, la Khanaka ha svolto anche le funzioni di madrasa, rifugio e moschea per visitatori provenienti da regioni lontane. Attualmente, la khanaka ospita il Museo di Storia dell’Antica Varakhsha e delle Arti Applicate, istituito nel 1991 e riorganizzato nel 2017 con nuove esposizioni.
La khanaka è costruita nello stile dell’architettura centroasiatica, caratterizzato dall’uso di mattoni, cupole, archi e decorazioni geometriche e floreali. Fa parte del complesso di Lyab-i Hauz e fu edificata contemporaneamente al bacino d’acqua. Il portale d’ingresso è monumentale e sormontato da una cupola imponente, con frammenti originali di piastrelle qashani (arte della ceramica smaltata e decorata) ancora visibili. Le due torri minareto diagonali accentuano l’aspetto maestoso della struttura.
L’edificio ha un layout simmetrico di circa 27,5 x 25 metri, con un iwan centrale affiancato da una sala (11,2 x 11,2 metri) e celle su due piani per i dervisci ai lati. La cupola principale è decorata con un motivo a spirale, mentre le pareti presentano piastrelle in terracotta; la parte superiore non conserva iscrizioni originali. La facciata dell’iwan presenta tre finestre con griglie scolpite.
L’edificio ha subito numerosi restauri nel corso dei secoli. L’ultimo intervento significativo sulle mura risale al periodo di Sayyid Olimkhon (1914–1916), l’ultimo sovrano di Bukhara, che modificò l’aspetto originale delle pareti. Nel 1978, sotto la guida del noto uomo di cultura Abdug’affor Haqqulov, la khanaka fu oggetto di un ulteriore restauro, che ne ha valorizzato l’eleganza e la raffinatezza, rendendo l’edificio un esempio vivido dell’architettura antica di Bukhara.
Fortezza dell’Ark
L’Ark di Bukhara è l’antica cittadella reale e uno dei simboli più potenti della città. Per oltre 1500 anni rappresentò il centro del potere politico e militare, fungendo non solo da fortezza ma anche da vera e propria città nella città, abitata dai sovrani, dalla corte e dall’apparato amministrativo che governava la regione.
Situata nella parte nord-occidentale di Bukhara, la cittadella si erge su una collina artificiale dominante la città e l’antica Piazza Registan. Oggi l’Ark è una delle principali attrazioni turistiche e ospita diversi musei che raccontano la sua lunga e complessa storia.
Dal punto di vista architettonico, la fortezza presenta una pianta rettangolare irregolare, con un perimetro di circa 790 metri e un’area complessiva di quasi 4 ettari. Le alte mura in terra battuta racchiudono un insieme articolato di edifici, cortili e strutture di servizio. L’altezza sopra la piazza sottostante varia tra i 16 e i 20 metri, rafforzando l’impressione di solidità e dominio.
L’ingresso principale, di carattere cerimoniale, è uno degli elementi più spettacolari: è incorniciato da due torri cilindriche del XVIII secolo, unite superiormente da una galleria con ambienti interni e terrazze panoramiche. Una rampa inclinata di circa 20 metri conduce al portale d’accesso e prosegue in un lungo corridoio coperto che porta alla Moschea Juma, offrendo anche accesso agli antichi magazzini e alle celle della prigione. All’interno del passaggio si trovavano ambienti destinati alla conservazione di acqua e sabbia, oltre a spazi detentivi.
Storicamente, l’Ark fu costruita sopra i resti di strutture precedenti, che oggi formano uno strato archeologico profondo oltre 20 metri. Sebbene la data esatta di fondazione non sia nota, è certo che già dal V secolo d.C. la cittadella fosse la residenza dei governanti locali. Qui vivevano gli emiri di Bukhara, il gran visir, i comandanti militari e numerosi servitori. Per secoli, l’Ark rimase il cuore dell’autorità suprema della regione e ospitò anche importanti studiosi, poeti e filosofi, tra cui Rudaki, Ferdowsi, Avicenna, al-Farabi e Omar Khayyam.
La fortezza fu testimone di eventi drammatici. Nel 1220, durante l’invasione mongola, gli abitanti di Bukhara cercarono rifugio all’interno dell’Ark, ma le truppe di Gengis Khan riuscirono a espugnare la cittadella, massacrarono i difensori e saccheggiarono i tesori. In quell’occasione andò probabilmente distrutta anche la celebre biblioteca della fortezza. Nei secoli successivi, durante rivolte e sollevazioni popolari, l’Ark divenne spesso il simbolo del potere oppressivo, bersaglio dell’ira della popolazione.
L’episodio più devastante avvenne nel 1920, durante la guerra civile russa, quando l’Armata Rossa bombardò pesantemente la cittadella. L’ultimo khan di Bukhara, costretto alla fuga in Afghanistan con il tesoro reale, avrebbe ordinato prima della partenza di far saltare in aria parte della fortezza, affinché i luoghi segreti – in particolare l’harem – non cadessero nelle mani dei bolscevichi. Gran parte dell’Ark andò così in rovina.
All’interno della cittadella sono tuttora visibili importanti edifici storici: la Moschea del Palazzo Jomi, costruita nel XIX secolo per l’emiro e la sua corte; una zecca, un antico bagno e varie strutture di servizio. La parte orientale dell’Ark è oggi un sito archeologico. Qui si trova anche la Moschea di Ul’dukhtaron, legata alla leggenda delle quaranta fanciulle torturate e gettate in un pozzo.
La storia dell’Ark è profondamente intrecciata con il mito. Una celebre leggenda attribuisce la sua fondazione all’eroe epico Siyavush. Secondo il racconto, Siyavush giunse in un’oasi del deserto e si innamorò della figlia del sovrano locale. Il re acconsentì alle nozze solo a condizione che l’eroe costruisse un palazzo su un terreno delimitato dalla pelle di un toro. Con astuzia, Siyavush tagliò la pelle in sottilissime strisce, le unì tra loro formando un grande cerchio e riuscì così a edificare il palazzo. Da questo inganno ingegnoso sarebbe nata la cittadella dell’Ark.
Oggi, l’Ark di Bukhara rimane uno dei luoghi imprescindibili da visitare in città: un monumento che incarna forza, potere e memoria, testimone di secoli di storia, distruzioni e rinascite, e simbolo indiscusso dell’identità storica di Bukhara.
BAZAR (Toqi Zargaron, Toqi Telpak Furushon e Toqi Sarrofon)
Tak-i Zargaron bazar (o Toqi Zargaron)
Il Tak-i Zargaron è un mercato coperto da più cupole situato all’incrocio delle principali arterie est–ovest e nord–sud del centro storico (Shahristan) di Bukhara. È il più grande e meglio conservato tra i numerosi mercati a croce (chorsu) che un tempo caratterizzavano la città. Il suo nome significa “Cupola dei gioiellieri” o “degli orafi”, sebbene la sua funzione tradizionale fosse legata soprattutto al commercio dei tessuti. Non sono noti né un committente preciso né una data ufficiale di fondazione; tuttavia, alcuni passaggi dell’opera Badāye‘ al-Vaqāye‘ dello storico arabo Zayn al-Din Wofisi (1485–1551) suggeriscono una costruzione risalente agli inizi del XVI secolo, in epoca timuride piuttosto che sotto il patrocinio shaybanide, come comunemente ritenuto.
I mercati a cupola posti agli incroci erano comunemente chiamati tak (arco), in riferimento alle loro caratteristiche strutture voltate. Il ruolo fondamentale di questi edifici nel mantenere l’importanza di Bukhara lungo la Via della Seta è testimoniato dalla loro posizione centrale nel tessuto urbano. Organizzati per tipologia di merce o attività, i mercati a incrocio formavano complessi integrati insieme a caravanserragli, magazzini e bagni pubblici, spesso amministrati da corporazioni di mercanti o artigiani.
Il Tak-i Zargaron collega due delle principali piazze storiche di Bukhara: a est si apre lo spazio dominato dall’ensemble delle madrase di Ulugbek (1417–1419) e Abd al-Aziz Khan (1645–1680), mentre a ovest si affacciano la moschea Kalyan (1512–1514) e la madrasa Mir-i Arab (1536). L’edificio segna inoltre l’estremità settentrionale dell’asse commerciale che attraversa Tim Abdullah Khan e conduce al Tak-i Tilpak Furushon (la Cupola dei venditori di cappelli), nei pressi del Tak-i Sarrafon (Cupola dei cambiavalute) e del complesso di Lyabi-Hauz.
Le esigenze di esposizione e conservazione delle merci, unite alla necessità di garantire transazioni agevoli e un flusso pedonale continuo, hanno determinato una tipologia architettonica comune a tutti i tak, nonostante le differenze di funzione e carattere. Il Tak-i Zargaron presenta una pianta rettangolare con quattro portali sporgenti e una grande sala centrale coperta da cupola, circondata su ciascun lato da una galleria voltata articolata in cinque campate. Gli spazi espositivi si sviluppano lungo le arcate e all’interno della sala centrale, mentre i depositi sono ricavati in profonde nicchie sfaccettate incassate nelle pareti. Le diverse dimensioni delle nicchie permettevano attività commerciali di varia scala, dai piccoli venditori con una singola postazione fino ai mercanti che occupavano ambienti più ampi.
La struttura delle cupole del Tak-i Zargaron è costituita da archi riempiti da semicupole, una soluzione più rapida ed economica rispetto alle cupole complete o intersecate. La luce naturale filtra attraverso gli oculi delle cupole delle gallerie e le finestre aperte nel tamburo della cupola centrale. Le massicce nervature strutturali e il profilo ascendente delle coperture conferiscono all’edificio una silhouette ben riconoscibile nello skyline urbano. L’intera costruzione è realizzata in mattoni gialli.
Il Tak-i Zargaron è rimasto in uso continuo per diversi secoli, durante i quali furono aggiunte varie strutture attorno agli iwan dei portali orientale, occidentale e meridionale. Gli interventi di restauro effettuati negli anni Cinquanta e Novanta del Novecento hanno rimosso queste aggiunte e consolidato la cupola centrale, restituendo all’edificio la sua forma originaria.
Toqi Telpak Furushon
Il Toqi Telpak Furushon (in uzbeko Toqi Telpakfurushon) è un antico bazar coperto situato nella città di Bukhara, in Uzbekistan, e fa parte del suo centro storico. Questo importante monumento architettonico fu costruito tra il 1570 e il 1571, durante il regno del sovrano shaybanide Abdullah Khan II. Oggi è inserito nell’elenco nazionale dei beni immobili di valore storico e culturale dell’Uzbekistan.
La costruzione del Toqi Telpak Furushon risale alla seconda metà del XVI secolo e sorgeva in prossimità dell’antico mercato di Bukhara. Nel corso dei secoli, il complesso è stato conosciuto con diversi nomi, riflesso delle attività commerciali che vi si svolgevano. Era particolarmente rinomato per la vendita di cappelli di pelliccia, montoni in pelle, tessuti pregiati e turbanti esotici.
Nel tempo, il bazar è stato chiamato anche Choharsuyi Oxan, Toqi Kitobfurushon e Toqi Khwaja Muhammad Parron, oltre a denominazioni successive come Toqi Allofi e Toqi Ordfurushon. In alcune epoche ospitava anche botteghe di librai. La cupola principale, tuttora conservata, è una delle più imponenti della zona. Nei dintorni si trovano tradizionalmente officine di fabbri e bagni pubblici. Oggi il Toqi Telpak Furushon accoglie bancarelle commerciali e laboratori artigianali ed è stato restaurato negli anni successivi all’indipendenza dell’Uzbekistan.
Il complesso è realizzato con materiali tradizionali come mattoni crudi, legno, pietra e argilla. L’architetto progettò una struttura armoniosa collegando cinque nicchie ad arco, disposte in modo simmetrico, che confluiscono in una cupola centrale dotata di ingressi ad arco. L’edificio presenta una pianta esagonale, unica nel suo genere.
La cupola principale è circondata da cupole minori e poggia su sei livelli murari. Ha un diametro di circa 38 metri e raggiunge un’altezza di 10 metri fino all’imposta della volta. L’area commerciale centrale misura circa 28 metri, mentre le strade adiacenti hanno una larghezza di circa 14 metri. In passato, lo spazio sotto la cupola era occupato soprattutto da mercanti di abbigliamento e libri. Ancora oggi il bazar è noto per la vendita di abiti tradizionali, gioielli e accessori tipici.
Il Toqi Telpak Furushon si trova a circa 300 metri a sud del Toqi Zargaron, nel punto di incrocio di cinque strade principali. A breve distanza, circa 10 metri a ovest e a sud, sorge la moschea Magok-i-Kurpa.
Toqi Sarrofon
Il Toqi Sarrofon, letteralmente “cupola dei cambiavalute” è un importante monumento architettonico e uno dei principali centri storici per il cambio di denaro della città di Bukhara, in Uzbekistan. Fu edificato tra il 1534 e il 1535 per ordine del sovrano shaybanide Ubaydullah Khan. Attualmente è inserito nel registro nazionale dei beni immobili di valore materiale e culturale dell’Uzbekistan.
Il Toqi Sarrofon era uno dei quattro maggiori mercati coperti a cupola costruiti nel XVI secolo durante il dominio della dinastia shaybanide nel Khanato di Bukhara. Il complesso sorse nella parte urbana della città, lungo il canale Shohrud, e comprendeva botteghe di cambiavalute, una moschea e il bagno Sarrofon.
Il bazar era noto come la “cupola dei cambiavalute” poiché vi operavano principalmente sarrafi, impegnati nel cambio di valute straniere e in attività finanziarie. Il termine toq è un antico vocabolo architettonico di origine araba che indica una costruzione con volta semicircolare; nel Khanato di Bukhara designava in particolare i mercati coperti. La parola sarrofon significa invece “cambiavalute”.
Le ricerche storiche indicano che quest’area era abitata già nel IX secolo, durante il periodo samanide. Fonti storiche riferiscono inoltre di un incendio avvenuto nel XIII secolo, probabilmente collegato alle campagne di Gengis Khan.
Durante il periodo shaybanide, Bukhara divenne un importante centro di attività imprenditoriali private, prestiti e cambi monetari. In città sorsero abitazioni, cupole commerciali, caravanserragli, moschee e bagni pubblici legati alle attività dei cambiavalute. L’iscrizione sopra l’ingresso della cupola fu ricostruita nel 1980: essa riporta il versetto 103 della sura an-Nisāʾ del Corano, scritto in calligrafia thuluth (che è uno stile calligrafico arabo monumentale, corsivo ed elegante, caratterizzato da lettere lunghe, curve e proporzioni raffinate, inventato nel XI secolo, è usato storicamente per iscrizioni decorative, titoli coranici e architettura) in blu con lettere dorate. L’iscrizione commemorativa sopra l’ingresso della moschea recita:
“Questo edificio fu completato nel 1534-1535 durante il regno di Ubaydullah Bahodir Khan”
ed è opera del celebre calligrafo di Bukhara Muhammad Darvish Qo’noq. Negli anni Ottanta del Novecento, durante i lavori di restauro, furono recuperate e restaurate anche le iscrizioni murali della moschea. Oggi il Toqi Sarrofon ospita laboratori artigianali e botteghe commerciali.
Il Toqi Sarrofon è costruito in mattoni cotti, legno, pietra e gesso ed è la più piccola delle cupole commerciali di Bukhara. La struttura è composta da una cupola sostenuta da quattro nicchie, secondo il tipico schema architettonico a “quattro archi”.
L’edificio si trova all’incrocio di due strade principali, una delle quali conduce al Registan. La cupola poggia su quattro robusti portali incrociati, sotto i quali passava una strada coperta, elemento caratteristico dell’architettura urbana di Bukhara. Le decorazioni originali non si sono conservate; tuttavia sono stati rinvenuti resti di mosaici sulle coperture degli ingressi della moschea.
L’edificio presenta una pianta ottagonale (circa 25 × 24 metri). Il diametro interno della cupola è di 12 metri, mentre l’altezza esterna raggiunge 16,55 metri. Nella seconda metà del XVI secolo, uno degli angoli della sala fu trasformato in moschea, un altro in bagno Sarrofon, mentre gli altri due ospitavano botteghe di cambiavalute.
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Si visitano le fortezze di
| Kyzyl-Kala | Toprak Kala | Ayaz Kala |
| La prima fortezza Kizil Kala fu originariamente costruita nel periodo tardo antico, dal I al IV secolo d.C., ma fu abbandonata e poi ricostruita nel XII-XIII secolo alla vigilia delle invasioni mongole. C’è qualche dibattito su come questa fortezza possa essere stata utilizzata nei tempi antichi, con alcuni studiosi che propongono che fosse una caserma di guarnigione per le truppe, mentre altri suggeriscono che fosse un primo esempio delle molte case padronali fortificate che erano tipiche di Khorezm nell’alto periodo medievale. | La prossima fortezza Toprak Kala si trova a soli 10 minuti da Kizil Kala. È datato al periodo Kushan, intorno al II e III secolo d.C. ed era la residenza reale dei re del Khorezm. Il luogo, essendo servito prima come santuario reale, fu brevemente abbandonato all’inizio del IV secolo e poi, dopo alcuni restauri, fu utilizzato come cittadella amministrativa per la città. | Ayaz Kala, che è una delle fortezze più spettacolari della zona. Ci sono infatti non una ma tre fortezze raggruppate insieme su e intorno a una collina prominente all’estremità orientale della catena Sultan-Uiz-dahg. La fortezza forniva difesa contro le incursioni nomadi. Una strada sterrata conduce a un piccolo gruppo di Yurts, un centro di riposo turistico che si affaccia su un lago poco profondo ma pittoresco. Il Forte risale al Medioevo. È stato probabilmente fondato nel periodo Afrighide, intorno al VII-VIII secolo d.C. |
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La Madrasa Allakuli Khan
Il sovrano (Khan) di Khiva, Alla Quli-khan (1825–1842), con l’obiettivo di trasformare la città di Khiva in una delle più belle e attraenti dell’Asia, avviò, facendo leva sulle proprie capacità, vasti lavori di costruzione e di rinnovamento urbano.
Dopo aver fatto demolire numerose antiche madrase ormai fatiscenti, per lo più realizzate in mattoni crudi e strutture lignee, ordinò ai più abili artigiani dell’epoca di ricostruirle utilizzando mattoni cotti. A questo programma di rinnovamento si collega la splendida madrasa da lui fatta edificare e che porta il suo nome, sorta sul sito delle fortificazioni orientali di Ichan-Qala. Prima dell’inizio dei lavori furono smantellate una porzione delle mura della città-fortezza adiacente alla madrasa di Hodzhamberdibiy e alcune cupole della porta Palvan Darvaza.
I resti di mura in pakhsa (tecnica costruttiva che consiste nel compattare argilla o terra argillosa in blocchi di grandi dimensioni) e mattoni vennero livellati e, al loro posto, fu eretto il portale monumentale della madrasa, orientato direttamente verso il portale della madrasa di Qutlugh Murad Inak, situata di fronte. In tal modo, nella nuova piazza venne a formarsi la tradizionale composizione architettonica del kosh, ovvero la coppia di madrase contrapposte.
La madrasa di Alla Quli Khan fu costruita su una piattaforma artificiale alta circa tre metri, scelta che permise di elevarla notevolmente rispetto alle basse cupole della vicina madrasa di Hodzhamberdibiy e di integrarla pienamente nello spazio interno della città. Rispetto alle forme tradizionali, il cortile presenta alcune peculiarità: una fila di hujra (celle) a due piani poggia sulle piccole cupole della porta Palvan-Darvaza e, in parte, sui margini delle cupole del Tim.
La madrasa ha una pianta trapezoidale e comprende 99 hujra, moschee estive e invernali e una darskhana (sala per le lezioni). Ogni cella è dotata di una porta e di una piccola finestra sovrastante. Le hujra al piano inferiore sono pavimentate con mattoni cotti quadrati, le pareti sono intonacate in ganch (alabastro) e le coperture interne sono del tipo “Balkhi”, prive di decorazioni.
Gli ambienti più ampi, come le moschee estiva e invernale, non presentano grandi cupole né ricche decorazioni: le strutture a due piani, le arcate e le pareti lisce con nicchie profonde conferiscono loro un aspetto piuttosto severo. Al contrario, l’apparato decorativo esterno della madrasa è di grande pregio.
Mentre per la madrasa di Qutlugh Murad Inak furono impiegati ganch bianco e policromo, terracotta a rilievo e maioliche smaltate, per la decorazione della madrasa di Alla Quli Khan si utilizzò esclusivamente la maiolica. I motivi decorativi, tuttavia, sono molto vari: i ceramisti scelsero con grande perizia la collocazione dei pannelli, le forme, lo spessore della pittura e le dimensioni dei singoli elementi.
Il portale principale è arricchito da motivi floreali e da una serie di eleganti arcate che animano la rigorosa geometria dei disegni girikh (intricati modelli geometrici islamici utilizzati in architettura e artigianato). Il portale della moschea nel cortile è decorato con complessi motivi floreali ad anelli concentrici e introduce alla moschea estiva. Insolitamente, anche il retro del portale principale è ornato: qui si conserva una raffinata decorazione a motivi floreali traforati in maiolica.
Oggi la madrasa è stata restaurata e ospita un centro artigianale.
Madrasa Muhammad Amin Khan
La madrasa di Muhammad Amin-khan è uno dei principali monumenti di Khiva e si trova nel quartiere storico di Itchan-Kala. È la più grande madrasa non solo della città, ma di tutta l’Asia Centrale. L’edificio, a due piani, occupa un’area di circa 72 × 60 metri e comprende 125 hujra (celle), progettate per ospitare 260 studenti. Una caratteristica unica di questa madrasa è la struttura delle celle: ciascuna hujra era composta da due ambienti, mentre quelle del secondo piano includevano una stanza e una loggia affacciata sulla facciata.
La madrasa fu costruita tra il 1851 e il 1854 per ordine del sovrano di Khiva Muhammad Amin-khan, dal quale prende il nome. L’edificio presenta cinque cupole e torri angolari laterali. La facciata è riccamente decorata con mattoni smaltati, i portoni lignei sono impreziositi da raffinati intagli ornamentali e i rivestimenti in maiolica colpiscono per l’eleganza dei motivi floreali. Sopra l’ingresso principale si trova un’iscrizione in arabo che recita: «Questo meraviglioso edificio rimarrà qui per sempre, a gioia dei discendenti».
La madrasa di Muhammad Amin-khan sorge di fronte a un altro importante monumento di Khiva, la cittadella di Kunya-Ark, accanto alla porta Ata-Darvoza. Proprio davanti all’edificio si erge uno dei simboli più riconoscibili della città, il minareto Kalta-Minor, anch’esso fatto costruire sotto la guida di Muhammad Amin-khan. Tuttavia, a causa della morte del sovrano, il progetto non fu portato a termine: il minareto, che avrebbe dovuto diventare il più alto del mondo, raggiunse soltanto i 29 metri invece dei 70 previsti.
In passato, la madrasa di Muhammad Amin-khan era una delle istituzioni educative più ricche e disponeva di vasti beni waqf (che sono beni concessi caritativamente per scopi religiosi e sociali ed una volta che sono dichiarati waqf, sono irrevocabili in quanto appartenenti esclusivamente a Dio). Inoltre, ospitava la Cancelleria della Suprema Corte Musulmana. Oggi l’edificio accoglie un’agenzia turistica, un hotel, un ufficio di cambio valuta e un caffè. Questo magnifico complesso ha conservato il suo aspetto storico e, anche a distanza di oltre un secolo, continua a stupire abitanti e visitatori di Khiva con la sua imponenza e solennità.
Il minareto di Kalta-Minor è il monumento iconico ed il simbolo della città.
Colpisce per le sue dimensioni imponenti e per il suo design unico. La base del minareto affonda per 15 metri nel terreno, il diametro alla fondazione è di 14,5 metri e l’altezza attuale raggiunge i 29 metri. Tuttavia, questa massiccia torre rappresenta soltanto circa un terzo dell’altezza prevista dal progetto originale. Visitare Kalta-Minor è oggi una delle esperienze più memorabili di Khiva.
Nel 1855, il sovrano di Khiva Muhammad Amin-khan fu ucciso e la costruzione del grandioso minareto venne interrotta. In origine, l’edificio avrebbe dovuto raggiungere i 70 metri di altezza (secondo altre fonti, addirittura 110 metri). Il progetto architettonico prevedeva una base molto ampia per garantire stabilità e una sommità progressivamente più stretta, in modo da ridurre il carico strutturale. Il destino, però, decise diversamente e la torre rimase incompiuta. Per il suo aspetto tozzo e massiccio, simile a un enorme barile rivestito di ceramica, fu chiamata Kalta-Minor, che significa “minareto corto”.
Numerose leggende sono legate a questo monumento. Una narra che, durante la costruzione, iniziarono a diffondersi proteste tra la popolazione; Muhammad Amin-khan avrebbe allora ordinato di catturare il loro capo, Matyakub, e di seppellirlo vivo nelle fondamenta del minareto. Un’altra leggenda racconta che il sovrano di Bukhara, venuto a conoscenza del progetto, avrebbe tentato di corrompere l’architetto affinché costruisse per lui un minareto ancora più alto. Scoperto l’accordo, Muhammad Amin-khan avrebbe deciso di far uccidere l’architetto, il quale però riuscì a fuggire, lasciando l’opera incompiuta. Solo lui, secondo la leggenda, sarebbe stato in grado di portarla a termine. Al di là di questi racconti popolari, è storicamente certo che i lavori si arrestarono in seguito alla morte del khan.
Ancora oggi, a oltre un secolo di distanza, il minareto di Kalta-Minor continua a stupire per la sua imponenza. La sua decorazione è particolarmente suggestiva: l’intera superficie è rivestita di piastrelle smaltate e maioliche, i cui colori, sorprendentemente, conservano la stessa vivacità e brillantezza del 1855.
Kunya Ark
La cittadella di Kunya-Ark, situata a Khiva presso la porta occidentale di Ichan-Kala, rappresenta uno dei complessi monumentali più significativi della città. Fu edificata nel 1686 per volontà di Arang-khan e concepita come una vera e propria “città nella città”, destinata a ospitare la residenza del khan, la sua famiglia e i più alti funzionari dello Stato. Il complesso era organizzato secondo un sistema articolato di cortili interni, ciascuno con funzioni precise, e protetto da alte mura merlate che lo separavano nettamente dal resto del quartiere fortificato.
Sebbene molte delle strutture originarie non siano giunte fino a noi, la cittadella conserva ancora importanti edifici risalenti al XIX e agli inizi del XX secolo, tra cui la kurinishkhana (sala delle udienze ufficiali), una moschea, la zecca e l’harem. In epoca storica, Kunya-Ark ospitava anche un arsenale, una polveriera, edifici amministrativi, magazzini, una grande cucina, corpi di guardia, stalle e spazi destinati alle parate militari, svolgendo così un ruolo centrale nella vita politica e cerimoniale del Khanato.
L’accesso alla cittadella avveniva attraverso un ampio cortile esterno, utilizzato come zona di attesa per coloro che dovevano essere ricevuti dal khan. Nel secondo cortile erano collocati i cannoni, mentre il terzo cortile era riservato ai funzionari di alto rango, da cui si poteva finalmente scorgere il portale principale della kurinishkhana. In quest’area era montata anche una yurta in feltro, utilizzata dal khan in determinate occasioni. Un corridoio stretto conduceva agli spazi dell’harem, mentre una scalinata permetteva di salire sul monte Akshikh-bobo.
Uno degli elementi più suggestivi del complesso è l’aivan a due livelli, integrato nelle mura cittadine e aperto verso l’esterno. Da qui si gode di una vista panoramica su Khiva e sui territori circostanti. Questo spazio aveva una duplice funzione: da un lato serviva come punto di osservazione militare, dall’altro era un luogo prediletto di riposo per i governanti, soprattutto durante le calde notti estive.
Il fascino di Kunya-Ark risiede nella compattezza delle sue costruzioni e nell’eleganza dei suoi aivan, autentici capolavori dell’architettura locale. In particolare, l’alto aivan a due colonne della kurinishkhana, destinato alle udienze ufficiali, è interamente rivestito di maiolica. Dopo aver subito gravi danni durante un’invasione iraniana nel XVIII secolo, la cittadella fu parzialmente restaurata all’inizio del XIX secolo sotto Iltuzar-khan. In questa fase, la kurinishkhana venne ricostruita includendo una sala del trono, gli appartamenti del khan, una tesoreria e un deposito di manoscritti.
L’interno della sala del trono è particolarmente raffinato: l’intonaco scolpito e il trono in legno tornito, decorato con argento punzonato e realizzato dal maestro locale Mukhammad, testimoniano l’alto livello dell’artigianato di Khiva. I freddi motivi blu, bianchi e azzurri delle maioliche creano un contrasto suggestivo con i dipinti murali rosso intenso del soffitto, rivelando la libertà creativa e il gusto pittorico dei maestri locali.
La zecca e una moschea asimmetrica dotata di aivan furono costruite contemporaneamente e concepite come un unico complesso architettonico. La decorazione in maiolica della moschea fu realizzata dai celebri artigiani di Khiva Abdulla Jin e Ibadulla, mentre il soffitto dell’aivan è impreziosito da raffinati motivi dorati su fondo blu.
Nella parte settentrionale della cittadella, nella seconda metà del XIX secolo, Mukhammad Rahim-khan II fece costruire l’harem. Qui gli aivan poggiano su pilastri lignei finemente intagliati secondo la tradizione locale. A differenza di altri edifici, l’uso della maiolica è più contenuto e limitato a inserti ceramici policromi, mentre le pareti, semplicemente intonacate, sono vivacemente colorate.
Gli aivan di Khiva sono celebri per la loro eleganza decorativa: attraverso intagli raffinati, sculture in pietra e ceramiche ornamentali, architetti e artigiani hanno espresso una peculiare concezione della bellezza, basata sull’equilibrio tra sobrietà e ricchezza ornamentale.
Tra i monumenti meglio conservati all’interno della cittadella si distinguono i “bagni”, costruiti nel 1657 e dedicati ad Anush-khan. Questa struttura semi-interrata, articolata in più ambienti, è riconoscibile dall’esterno per il sistema di cupole che ne copre gli spazi interni. Il complesso comprende un atrio, uno spogliatoio, una sala da bagno principale, corridoi voltati, ambienti di riposo disposti attorno a una vasca di acqua calda e una sala centrale con un bacino di acqua fredda. Il riscaldamento avveniva tramite un ingegnoso sistema di canali sotto il pavimento che convogliavano aria calda, una soluzione tecnica efficiente che riflette l’ingegnosità dell’architettura civile di Khiva.
Muhammad Rahimkhan Madrasa
Muhammad Rahim-khan II fu uno dei sovrani più colti e illuminati della dinastia Kungrat, che governò il Khanato di Khiva a partire dal 1770. Il suo regno si distinse per un ampio programma di riforme che interessarono vari ambiti della vita statale: il miglioramento delle città, l’amministrazione politica, l’economia e, soprattutto, il sistema educativo, considerato dal khan uno strumento fondamentale per il progresso della società.
Le riforme scolastiche introdotte da Muhammad Rahim-khan portarono alla fondazione delle prime scuole di “nuovo tipo” a Khiva, nelle quali, accanto all’insegnamento religioso tradizionale, furono introdotte discipline laiche. Questo rappresentò una svolta significativa rispetto al modello educativo islamico classico, incentrato quasi esclusivamente sullo studio del Corano e della teologia. La volontà di conciliare sapere religioso e conoscenza scientifica trovò la sua massima espressione nella costruzione di una delle più grandi madrase dell’Asia Centrale, edificata in suo onore e divenuta il simbolo del suo progetto riformatore.
Nella madrasa di Muhammad Rahim-khan, oltre agli studi coranici e giuridico-religiosi, venivano insegnate materie come matematica, astronomia e geografia, discipline che riflettevano un’apertura verso il sapere scientifico e razionale. La vita intellettuale della madrasa era particolarmente vivace: gli studenti, oltre a studiare scienze e teologia, si dedicavano alla poesia, partecipavano a dibattiti e prendevano parte a discussioni accademiche che stimolavano il pensiero critico e la creatività.
Il processo educativo della madrasa si distingueva nettamente da quello delle altre istituzioni islamiche dell’epoca, anche grazie al coinvolgimento diretto del sovrano. Muhammad Rahim-khan era infatti un monarca profondamente istruito e sensibile alla cultura: scriveva poesie con lo pseudonimo di Feruz ed era noto per il suo interesse verso la letteratura e le arti. Non di rado partecipava personalmente alle discussioni con studenti e insegnanti, contribuendo attivamente al clima di apertura intellettuale che caratterizzava l’istituzione.
La costruzione della madrasa fu completata nel 1876 e l’edificio si affermò rapidamente come una delle più imponenti strutture educative dell’Asia Centrale. Il complesso si presenta come un edificio a due piani, dominato da un alto portale d’ingresso monumentale. Il cortile interno è organizzato attorno a quattro aivan, con quattro piccole torrette collocate agli angoli. All’interno si trovavano 76 hujra (celle residenziali per studenti), oltre a una darskhana (aula per l’insegnamento), moschee estiva e invernale e una ricca biblioteca.
Nel suo insieme, la madrasa di Muhammad Rahim-khan incarnava pienamente lo spirito dell’Illuminismo locale, fondendo tradizione islamica e apertura verso le scienze e la cultura secolare. Essa rappresenta un esempio emblematico dell’architettura e della vita intellettuale del suo tempo e occupa un posto di particolare rilievo nella storia culturale della regione del Khorezm, testimonianza duratura dell’opera riformatrice di uno dei suoi sovrani più lungimiranti.
Moschea Juma
Nel cuore di Ichan-Kala sorge la moschea Juma (moschea del venerdì), uno degli edifici più suggestivi di Khiva. Fu edificata alla fine del XVIII secolo sui resti di una costruzione precedente e si distingue per la sua struttura assolutamente originale. A differenza di molte moschee islamiche, essa è priva di portali monumentali, cupole, gallerie e cortili interni. L’edificio, di forma rettangolare, misura 55 × 46 metri ed è accessibile da quattro lati. Sul fronte settentrionale, che si affaccia su una delle principali arterie cittadine, la moschea è affiancata da un minareto alto 52 metri, che ne sottolinea il ruolo centrale nella vita religiosa della città.
L’edificio è racchiuso da semplici mura in mattoni. L’interno consiste in un’unica grande sala, il cui soffitto piano è sorretto da 213 pilastri lignei. Questo tipo di moschea a sala unica è noto in diverse epoche e regioni del mondo islamico, come dimostrano esempi celebri quali la moschea di Afrasiab (X secolo), una moschea iraniana del X secolo nella pianura persiana, o la moschea di Khas-an a Rabat in Marocco (XII secolo). Tuttavia, la moschea Juma di Khivasi distingue per la sua concezione architettonica e per l’originalità del suo apparato decorativo. Nel soffitto sono state praticate piccole aperture che consentono l’illuminazione naturale e la ventilazione dell’ambiente.
Visitare la moschea Juma è una delle esperienze più affascinanti di Khiva: la fitta “foresta” di pilastri intagliati, immersa in una luce soffusa, crea un’atmosfera quasi mistica e rende questo luogo uno dei più memorabili dell’intera città.
La facciata esterna è realizzata in mattoni a vista, mentre l’interno è semplicemente intonacato. Gli spazi tra le finestre sono decorati con pitture nei toni del nero e del rosso, raffiguranti in modo realistico alberi, cespugli e iris, simboli di pace e tranquillità nell’arte monumentale e decorativa dell’Asia Centrale. Il motivo dell’iris compare anche nella decorazione di altre moschee, come quelle della valle di Fergana e nella Khodja Amin Kabri di Namangan, nonché in diversi altri complessi monumentali.
Di particolare interesse sono le porte intagliate e i pilastri della moschea, realizzati in epoche diverse. I pilastri risalenti ai secoli X–XI presentano intagli profondi e rilevati, arricchiti da iscrizioni in scrittura kufica (che come detto è uno stile della calligrafia araba, che prende il nome della città irachena di Kūfa). Nei pilastri dei secoli XI–XII l’ornamentazione diventa più piatta e raffinata, accompagnata da iscrizioni kufiche fiorite di dimensioni ridotte, che ricordano ai fedeli come «questa proprietà appartenga ad Allah». I pilastri del XV secolo si distinguono per la combinazione armoniosa di motivi geometrici, ornamentazione vegetale e calligrafia araba.
La maggior parte dei pilastri oggi visibili risale al XVIII secolo, mentre alcuni sono di epoca più tarda. Le diverse fasi costruttive della moschea sono testimoniate dalle date incise su porte e pilastri, tra cui 1316, 1510, 1788 e 1789.
La visione dei pilastri che si innalzano nella penombra della grande sala, ornati con i più raffinati motivi dell’intaglio ligneo del Khorezm, rappresenta una straordinaria testimonianza dell’arte insuperabile dei maestri locali e conferisce alla moschea Juma di Khiva un carattere unico e inconfondibile.
Palazzo Tosh Hovli
Il Tosh-hovli, noto anche come “Palazzo di Pietra”, è uno dei più imponenti complessi monumentali di Khiva, in Uzbekistan, e si trova all’interno del quartiere fortificato di Itchan-Kala. Questo vasto palazzo fu edificato tra il 1830 e il 1841 per volontà del sovrano del Khanato di Khiva, Alla Kuli Khan, e rappresenta una delle più alte espressioni dell’architettura palaziale del Khorezm.
Il complesso comprende oltre 270 ambienti, distribuiti attorno a tre grandi corti, ciascuna con una funzione specifica: l’harem, situato nella parte settentrionale; l’Ichrat Khauli (nota anche come sala di ricevimento o, in persiano, Mekhmonkhaneh), costruita tra il 1830 e il 1832 e collocata nel settore sud-orientale; infine, l’Arz Khauli, ovvero la Corte di Giustizia, realizzata tra il 1837 e il 1838 nella zona sud-occidentale del palazzo.
L’architetto incaricato della costruzione, Nourmouhamad Tadjikhan, ebbe un destino tragico, tipico delle corti orientali più autoritarie: il khan ne ordinò l’impalamento dopo che l’architetto aveva dichiarato l’impossibilità di completare il palazzo entro due anni. Il suo successore, Kalandarou Khivaghi, impiegò invece otto anni per portare a termine l’opera, evitando però qualsiasi commento che potesse irritare il sovrano. Alla decorazione del palazzo contribuì il celebre ceramista Abdullah Djinn, uno dei maestri più rinomati di Khiva.
Il Tosh-hovli fu residenza ufficiale dei khan dal 1841 al 1880, anno in cui Muhammad Rahim Khan II trasferì la propria dimora nella cittadella di Kunya-Ark.
Il regno di Alla Kuli Khan fu caratterizzato da un potere forte e centralizzato. Egli ottenne alcuni successi in politica estera e consolidò i rapporti commerciali con l’Impero Russo. La prosperità economica derivante da queste relazioni gli consentì di costruire e decorare con grande ricchezza il nuovo palazzo, concepito come simbolo della sua autorità e del prestigio del Khanato.
L’Ichrat Khauli (che come detto è la sala di ricevimento) è organizzata attorno a un ampio cortile rettangolare. Sul lato meridionale si apre una loggia monumentale, sostenuta da un elegante pilastro in legno intagliato, dove il khan sedeva per ricevere pubblicamente ospiti e ambasciatori. Le delegazioni straniere venivano sistemate nella parte orientale del cortile, dove potevano installare le proprie tende o iurte su due piattaforme circolari appositamente predisposte. L’intero spazio è arricchito da raffinati rivestimenti in maiolica blu, che conferiscono al cortile un aspetto solenne e armonioso.
L’harem fu la prima sezione del palazzo a essere costruita. È disposto attorno a un cortile rettangolare su cui si affacciano cinque logge, ciascuna sostenuta da un pilastro ligneo finemente intagliato. Quattro logge erano destinate alle quattro mogli legittime del khan, mentre la quinta, più ampia e prestigiosa, era riservata al sovrano stesso.
Gli appartamenti seguono uno schema architettonico uniforme: una loggia alta, aperta verso nord-ovest per garantire frescura nei mesi estivi, e una stanza chiusa adiacente utilizzata durante l’inverno. Il complesso è decorato con maioliche blu e bianche, mentre i soffitti lignei presentano motivi ornamentali nei toni del giallo e del rosso.
In generale, l’arredamento dell’harem è dominato da decorazioni ceramiche a motivi geometrici e floreali in blu e bianco. Le pareti sono inoltre impreziosite da piccoli inserti di colore verde giada, che richiamano antichi simboli di origine zoroastriana, sopravvissuti nella tradizione ornamentale locale.
L’Arz Khauli, o Corte di Giustizia (in persiano Arzkhaneh), era lo spazio destinato all’amministrazione della giustizia e alla risoluzione delle controversie da parte del khan. Situata nel settore sud-occidentale del palazzo, questa corte è circa il doppio dell’Ichrat Khauli ed è anch’essa riccamente decorata con rivestimenti ceramici.
Due scale laterali conducono alla piattaforma sopraelevata dell’iwan (loggia) principale, sul cui fondo si aprono tre porte. Al centro del cortile, in perfetto asse con la colonna dell’iwan, si trova una piattaforma destinata a ospitare una iurta, elemento che sottolinea il legame tra la tradizione nomade e l’architettura palaziale stanziale del Khanato.
Complesso Islam-Khodja
Il complesso Islam-Khodja si trova a sud-est della strada principale est-ovest nella Ichan-Kala (città vecchia) di Khiva e comprende una madrasa e un minareto. Sebbene sia stato costruito abbastanza recentemente, è stato costruito secondo i principi tradizionali nei dettagli precisi, e il suo livello di artigianato è tra i più alti della città.
Il sito prende il nome da Islam Khodja, il gran visir (e anche cugino di primo grado) di Muhammad Rahmi Bahadur II, il sovrano del Khanato di Khiva dal 1864 al 1910. Islam Khodja era un modernizzatore che ha introdotto nuovi servizi alla città tra cui un ospedale, un ufficio telegrafico e scuole non parrocchiali. Sebbene abbia vissuto abbastanza a lungo per vedere il complesso completato, è stato pugnalato a morte nel 1913.
Varie guide forniscono diverse altezze per il minareto che è ristretto verso l’alto con una curvatura pronunciata tanto da fargli avere un aspetto diverso rispetto ad altri minareti della zona. Comunque il minareto dovrebbe essere alto oltre 56 metri con un diametro alla base di 9,5 metri.
La superficie del minareto è caratterizzata da piastrelle vetrate verdi, blu, bianche e marroni disposte in semplici motivi geometrici.
È possibile salire sul minareto per godere di una vista impareggiabile della città.
Mausoleo di Pakhlavan Makhmud
La grande cupola turchese del mausoleo di Pahlavan Mahmud domina il profilo architettonico di Ichan Kala, emergendo come uno dei simboli più riconoscibili di Khiva. Si tratta della cupola più imponente della città, rivestita di piastrelle smaltate nelle intense tonalità del blu e del turchese, con la sommità impreziosita da elementi dorati che riflettono la luce del sole.
Pahlavan Mahmud fu una figura straordinaria: poeta, filosofo e lottatore, venerato come santo e considerato il protettore dei guaritori di Khiva, ma anche dell’Iran e dell’India. Secondo la tradizione, fu sepolto nella sua stessa bottega, e attorno alla sua tomba si sviluppò, tra il XIV e il XVII secolo, un primo nucleo funerario. All’inizio del XVIII secolo, Shirgazi-khan fece costruire una madrasa orientandola deliberatamente verso la sepoltura di Pahlavan Mahmud, riconoscendone l’importanza spirituale.
Nel corso del XVII e XVIII secolo, il complesso fu notevolmente ampliato e arricchito con una moschea estiva, un cimitero, sale di lettura, una cucina e un portico decorativo; ulteriori aggiunte risalgono al XIX secolo. Il mausoleo divenne anche luogo di sepoltura di importanti personaggi della storia di Khiva, tra cui Abdul Gazi Khan (1663), Muhammad Rahim Khan I (1825), nonché la madre e il figlio di Isfandiyar Khan. L’ingresso al complesso avviene attraverso un portale del XVIII secolo, che conduce a un cortile armonioso, circondato da una khanagha (o Khanqah luogo di meditazione, preghiera comunitaria e residenza per i mistici sufi), da hujra, dalla moschea estiva e da un antico pozzo.
Ogni superficie del complesso è riccamente decorata in una straordinaria gamma di blu, verde-azzurro e turchese, culminante nella maestosa cupola blu che sovrasta il santuario. Questo spettacolare rivestimento decorativo è stato restaurato nel 1993, dopo che una nevicata eccezionalmente intensa aveva causato gravi danni alla struttura.
La tomba di Pahlavan Mahmud si trova dietro un paravento finemente intarsiato in avorio, mentre la camera sepolcrale è impreziosita da motivi folkloristici locali, che conferiscono all’ambiente un forte valore simbolico e spirituale.
Al momento della costruzione, le maioliche utilizzate per la decorazione del complesso avevano un valore pari a quello dell’oro. I sovrani di Khiva investirono ingenti risorse per rivestire gli edifici con ceramiche smaltate, e i maestri locali dimostrarono una straordinaria abilità tecnica e artistica. Le finestre e le nicchie sono arricchite da griglie in rame, mentre le pareti interne del mausoleo colpiscono per l’abbondanza di motivi verdi dipinti, simili a delicati “fiocchi”, sui quali risaltano iscrizioni e ornamenti dorati. Il mausoleo dei khan, in particolare, è dominato da una raffinata combinazione di piastrelle bianche e blu.
La cappella annessa presenta invece una decorazione più sobria ed essenziale: il consueto motivo blu e bianco è interrotto da versi iscritti, che invitano alla meditazione. Osservando con attenzione, è possibile individuare la data “1810” incisa sulla porta di una delle stanze. Su altre porte si notano raffinati elementi a ricciolo, realizzati in legni pregiati, accompagnati dal nome inciso dei maestri artigiani.
Grazie alla qualità eccezionale delle sue decorazioni e al valore storico, artistico e spirituale del complesso, il mausoleo di Pahlavan Mahmud è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, insieme agli altri monumenti di Ichan Kala, come testimonianza unica della cultura e dell’arte di Khiva.
GIORNO 23 agosto domenica
Prendere yandex taxi per aeroporto Urgench
Prenotazione aereo trip n. 1381033056249406UrgenchTashkent
Dom 23 ago Urgench – Tashkent 10:55UGCAeroporto di Urgench 12:15TASAeroporto Internazionale di Tashkent T3 Uzbekistan Airways HY062
Booking taxi per hotel prenotazione 538066471 pagato A/R 35 euro
Manor Hotel Prenotazione Booking Numero di conferma:6667416090 Codice PIN:6101
una notte colazione compresa euro 89
A pochi passi dalle stazioni della metropolitana Tashkent e Oybek
Dall’hotel prendere la metro alla stazione metropolitana Tashkent a 560 metri linea azzurra per dirigersi alla fermata Chorsu. Pagamenti con carta conctactless Visa, Mastercard, Humo o UzCard direttamente al tornello. Costo 3000 UZS a corsa.
Madrasa Kukeldash, Tashkent
La Madrasa Kukeldash di Tashkent, situata vicino al celebre bazaar Chorsu (fermata metro omonima) nella città vecchia, è uno dei siti storici più importanti della capitale uzbeka.
La madrasa fu costruita nel 1570 sotto la dinastia Shaybanide per volere del visir Dervish Khan, noto con il soprannome “Kukeldash”, che significa “fratello di latte del khan”, per il suo stretto legame con il sovrano. L’edificio, ricco di decorazioni e piastrelle di maiolica azzurre, competeva in eleganza con le più celebri architetture di Samarcanda e Bukhara.
Originariamente, la Madrasa Kukeldash faceva parte della piazza principale di Tashkent, allora chiamata Registan, e serviva come istituzione religiosa e centro di studi. Nel corso dei secoli, però, l’edificio fu trasformato, abbandonato e ricostruito più volte. Nel XVII secolo la madrasa venne utilizzata come caravanserraglio per mercanti in viaggio, e le due torri che sormontavano il portale d’ingresso crollarono a causa della trascuratezza.
Nel XIX secolo, la madrasa subì ulteriori danni: divenne rifugio per i khan di Kokand durante rivolte civili e invasioni nemiche, e vi si svolgevano anche esecuzioni pubbliche. Alcune donne sospettate di adulterio venivano gettate dal portale d’ingresso sulla strada lastricata sottostante. I continui abusi, insieme a terremoti e difficoltà economiche, portarono l’edificio a uno stato di grave degrado, salvaguardato solo parzialmente dai restauri successivi.
Durante il periodo sovietico, a metà del XX secolo, la madrasa fu trasformata in un museo ateistico, in netto contrasto con le raffinate decorazioni orientali delle sue pareti. Negli ultimi anni dell’era sovietica ospitò il Museo degli strumenti musicali nazionali, ma fu solo dopo l’indipendenza dell’Uzbekistan che l’edificio ricevette un restauro completo e accurato.
Il restauro si basò su fotografie degli anni 1880, che mostravano un ampio cortile circondato da celle a due piani (hujra) per gli studenti. Le stanze erano collegate a aule, una moschea e sale aperte, una delle quali recava un’iscrizione: “La morte è inevitabile, ma le opere compiute dall’uomo sono immortali”.
Il portale principale, alto 20 metri, è stato completamente restaurato e decorato con piastrelle di maiolica nei tradizionali colori bianco, blu e ocra. Le finestre presentano griglie decorative con incisi i nomi di Allah e del Profeta Maometto. Dalle due torri laterali del portale i muezzin invitano ancora oggi i fedeli alla preghiera cinque volte al giorno.
Oggi la madrasa funziona nuovamente come istituto religioso, dotato di aule, laboratori di calligrafia, biblioteca, palestra, mensa e dormitorio. Ogni anno oltre 100 studenti vengono selezionati per un programma di 4 anni, al termine del quale possono essere assegnati a una moschea o proseguire gli studi in un’università laica.
Nonostante il suo ruolo attivo nell’istruzione, la Madrasa Kukeldash è aperta anche ai visitatori. Chi la visita può passeggiare nel giardino, scoprire la sua storia e le leggende locali e ammirare l’architettura tradizionale, che, pur restaurata, continua a evocare il fascino del passato medievale di Tashkent.
Accanto al Kulkedash Madrassah, c’è la moschea Juma a cupola blu
Chorsu Bazaar
Il mercato storico con la tipica cupola blu, cuore pulsante della vita locale, perfetto per esplorare cibo, artigianato e la cultura uzbeka.
Questo è uno dei principali bazar di Tashkent ed è facilmente raggiungibile tramite la linea della metropolitana, fermata Chorsu. È un grande bazar vivace con un’enorme cupola blu e troverai di tutto, da carne, frutta secca, artigianato, gioielli, verdure, tappeti ecc. Le ore mattutine e serali tendono ad essere le più affollate, mentre lentamente svanisce nel pomeriggio.
Se hai intenzione di acquistare qualcosa, il trucco è trovare un venditore di tua scelta e negoziare se stai acquistando più articoli contemporaneamente dallo stesso venditore. Anche se non hai intenzione di acquistare nulla, è comunque un ottimo posto per vedere la gente del posto fare i loro affari
Complesso Khast-Imam, Tashkent
Dal bazar un paio di km a piedi oppure con un taxi e si arriva al Complesso Khast-Imam. Tale complesso, noto anche come Hast-Imam, Hastimom o Hazrati Imam, rappresenta il cuore spirituale di Tashkent ed è uno dei luoghi più suggestivi e simbolici della capitale uzbeka.
Situato nella città vecchia, il complesso si inserisce in un contesto urbano autentico, circondato da antiche abitazioni in mattoni crudi che, sorprendentemente, sono sopravvissute al devastante terremoto del 1966. Per il suo valore storico, religioso e culturale, Khast-Imam è una tappa imprescindibile per chi desidera scoprire l’anima più profonda della città.
Il complesso sorge nei pressi della tomba di Hazrati Imam, uno dei primi imam di Tashkent, conosciuto con il nome completo di Sant’Abu Bakr Kaffal Shashi. Fu una figura di straordinaria importanza: studioso del Corano e degli Hadith, poeta, teologo e abile artigiano. La sua eredità spirituale ha reso questo luogo un importante centro di pellegrinaggio e di studio, particolarmente caro a chi è interessato alla storia e alla tradizione islamica dell’Asia Centrale.
All’interno del territorio di Khast-Imam si concentrano numerosi monumenti architettonici di grande pregio. Tra questi spiccano la madrasah di Barak Khan, capolavoro del XVI secolo, la moschea di Tillya-Sheykh, il mausoleo di Sant’Abu Bakr Kaffal Shashi e l’Istituto Islamico di Imam al-Bukhari, dove vengono formati i futuri studiosi e predicatori islamici. Qui ha sede anche l’Amministrazione Spirituale dei Musulmani dell’Asia Centrale, guidata dal Muftì, confermando il ruolo centrale del complesso nella vita religiosa della regione.
Uno degli elementi più straordinari di Khast-Imam è la sua biblioteca di manoscritti orientali, che custodisce uno dei tesori più preziosi del mondo islamico: il Corano del califfo Uthman, noto anche come Corano Ottomano. Questo manoscritto, considerato una delle più antiche versioni del Corano, risale alla metà del VII secolo ed è composto da 353 grandi fogli di pergamena con il testo originale.
Nel corso dei secoli, il Corano Ottomano ha attraversato numerose città, passando dai tesori dei califfi di Medina, Damasco e Baghdad. Durante il regno di Tamerlano, giunse in Asia Centrale e, nel XIX secolo, fu trasferito a San Pietroburgo, dove studiosi russi ne confermarono l’autenticità. In seguito, attraverso Ufa, il manoscritto fece ritorno in Uzbekistan, trovando finalmente dimora nel complesso di Khast-Imam.
La Moschea Hazrati Imam, nella sua forma attuale, è stata costruita nel 2007. L’edificio, affiancato da due eleganti minareti, richiama lo stile architettonico del XVI secolo, creando un armonioso dialogo tra tradizione e modernità. L’ingresso è impreziosito da raffinati intagli in legno, che rappresentano le diverse scuole artigianali dell’Uzbekistan, testimonianza dell’eccellenza artistica locale.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla sistemazione paesaggistica del complesso. Alberi, arbusti e fiori esotici provenienti da vari Paesi arricchiscono gli spazi verdi, creando un’atmosfera di quiete e contemplazione. Durante la primavera, l’estate e l’autunno, cicogne eleganti si muovono liberamente nell’area, aggiungendo un tocco poetico al luogo. Al calare della sera, l’illuminazione scenografica degli edifici trasforma Khast-Imam in uno spazio quasi fiabesco, evocando le atmosfere delle antiche leggende orientali.
Piazza Amir Taimur
Amir Taimur (Tamerlano), e noto anche come Taimur il Terribile in alcuni circoli, è un eroe uzbeko, venerato in tutto il paese. L’ex sultano dell’impero timuride è anche uno dei più famosi conquistatori dell’Asia centrale. Puoi raggiungere la piazza Amir Taimur scendendo alla stazione della metropolitana Amir Taimur, che si trova sulla linea rossa Chilonzor.
Piazza Amir Timur è uno dei principali punti di riferimento di Tashkent, le cui origini risalgono al XIX secolo, quando la città faceva parte del distretto militare del Turkestan dell’Impero russo. In quel periodo, il generale M. Chernyaev progettò un parco destinato a diventare il centro urbano, circondato da importanti edifici istituzionali.
Al centro della piazza si trova il monumento ad Amir Timur. La statua equestre in bronzo lo raffigura come simbolo di forza e autorità, mentre sulla base è inciso il motto “Il potere è nella giustizia” in quattro lingue. L’area circostante è stata riqualificata nel 2009, trasformandosi in una moderna piazza con fontane e spazi verdi.
La piazza è circondata da edifici storici e moderni di grande valore architettonico, tra cui l’Hotel Uzbekistan (costruito in stile brutalista sovietico), l’Università di Giurisprudenza, il Museo Amir Timur, il Tashkent Chimes e il Forums Palace. Quest’ultimo, inaugurato nel 2009, è una struttura monumentale destinata a eventi di rilievo internazionale, caratterizzata da una grande cupola sormontata da cicogne, simbolo di pace e prosperità.
Di fronte alla piazza si trova l’Università di Giurisprudenza, ospitata in un edificio ottocentesco, mentre il Museo Amir Timur celebra la storia della dinastia timuride attraverso reperti, miniature e decorazioni artistiche. Il Tashkent Chime, complesso architettonico composto da due torri di orologio, costruito la prima nel 1947 e affiancato da una replica moderna, rappresenta un simbolo di continuità e resilienza per la città.
Oggi Piazza Amir Timur è un vivace centro culturale e sociale, circondato da cinema e luoghi di intrattenimento, nonché un importante snodo urbano che collega i diversi quartieri di Tashkent, molto apprezzato da residenti e visitatori.
Dalla piazza parte Sailgokh Street che significa ”luogo degli eventi“ in uzbeko, ma la gente del posto lo chiama ”Broadway”, confrontandolo con la Broadway americana.
Questo posto è uno dei più popolari tra i locali e i turisti, qui ci sono sempre molte persone: puoi incontrare musicisti di strada, artisti, fotografi, maghi e persino acrobati che vogliono dimostrare le loro abilità. Inoltre, ci sono attrazioni a Broadway, un cinema, un centro commerciale, un caffè dove puoi divertirti.
Monumento di Shastri
Nel 1966, Tashkent faceva ancora parte dell’Unione Sovietica. Ha ospitato India e Pakistan che avevano appena accettato un cessate il fuoco dopo una guerra nel 1965. Il trattato di pace è stato firmato dal primo ministro indiano, Lal Bahadur Shastri e dal presidente del Pakistan, Ayub Khan, il 10 gennaio 1966.
Nelle prime ore dell’11 gennaio 1966, Shastri fu trovato morto dopo aver appena bevuto un po’ di latte prima di ritirarsi per la notte. I sovietici arrestarono lo chef che aveva servito Shastri, con l’accusa di avvelenamento, ma in seguito fu lasciato andare.
Stranamente, non è stato effettuata alcuna autopsia sul corpo di Shastri. Da allora il governo indiano si è rifiutato di declassificare i documenti relativi alla morte di Shastri. Sulla vicenda è stato realizzato un film “The Tashkent Files” che parla della cospirazione dietro la morte di Lal Bahadur Shastri.
In suo onore, il governo sovietico ha presentato un busto di granito rosa di Shastri nel 1976, 10 anni dopo la sua morte. C’è anche un centro culturale indiano che porta il suo nome. Puoi raggiungere il Monumento Shastri a piedi dallo svincolo della metropolitana Yunus Rajabiy/Amir Taimur sulla linea rossa/verde o dalla metropolitana Hamid Alimjon sulla linea rossa.
GIORNO 24 agosto lunedì
Tour delle stazioni della metropolitana
Le stazioni della metropolitana di Tashkent sono considerate seconde per bellezza solo a quelle sovietiche di Mosca e San Pietroburgo.
Nel 2020, i gettoni di plastica, che venivano utilizzati per accedere alla metropolitana, sono stati sostituiti da una modalità contactless attraverso le carte di trasporto unificate “ATTO”, le carte bancarie con chip NFC (Visa, MasterCard, UnionPay, HUMO, Mir) e attraverso i codici QR nelle applicazioni mobili e i biglietti unici.
La tariffa è unica, indipendentemente dalla destinazione: è possibile spostarsi liberamente tra le linee rossa, blu e verde (senza uscire dalle stazioni) al costo di 1.200 som uzbeki a persona (circa 0,15 $ / 11 ₹). Basta non uscire dalla metro e con questa cifra le puoi visitare tutte.
La costruzione della metro iniziò nel 1972, sei anni dopo il devastante terremoto del 1966. La prima linea fu inaugurata nel 1977. Oltre a soddisfare le esigenze di trasporto urbano, la metro fu progettata anche come rifugio anti-bomba: durante i cambi di linea o vicino alle uscite, si possono ancora notare grandi porte in acciaio che conducevano ai bunker sotterranei.
Oggi la metro conta tre linee operative per un totale di 36,2 km, con una quarta linea in costruzione:
- Linea rossa Chilonzor
- Linea blu Uzbekistan
- Linea verde Yunusabad
Fino a maggio 2018 era vietato fotografare all’interno delle stazioni per motivi militari. Il divieto è stato poi revocato, per la gioia dei viaggiatori: le stazioni sono veri capolavori architettonici.
Ogni stazione ha un tema e uno stile architettonico unico, con decorazioni in metallo, granito, ceramica e marmo.
Le 10 migliori, distinte per linea, sono:
Linea Blu:
| 1. G’afur G’ulom | 2. Alisher Navoi | 3. Kosmonavtlar |
| La stazione è dedicata a uno dei più importanti poeti uzbeki. Colpiscono le colonne in granito turchese e i murales astratti in ceramica, ispirati alle sue opere | La stazione immediatamente successiva sulla linea blu, una delle stazioni più frequentate, dedicata a un celebre poeta del XV secolo. Il soffitto richiama le moschee e madrase uzbeke, mentre i murales in ceramica raccontano scene delle sue opere, come Layla e Majnun. | Una delle stazioni più iconiche. Il tema è lo spazio: colori scuri, luci sospese e murales dedicati ai cosmonauti sovietici, tra cui Yuri Gagarin e Valentina Tereshkova. |
Linea rossa
| 1. Pakhtakor | 2. Novza o Hamza (vecchio nome) | 3. Chilonzor |
| Tornando indietro sulla linea rossa questa stazione si trova al punto di interconnessione von la linea blu attraverso l’adiacente stazione Alisher Navoiy, Il nome significa “raccoglitore di cotone”. Le pareti sono decorate con motivi blu, bianchi e dorati che raffigurano i fiori di cotone, noto come “oro bianco” dell’Uzbekistan. | La caratteristica principale sono le luci esagonali a nido d’ape lungo il soffitto. | Situata sulla linea rossa, è una delle prime stazioni costruite. Grandi lampadari circolari dominano la sala principale, creando l’atmosfera di una sala da ballo reale |
| 4. Mustaqillik Maydon | 5. Pushkin | |
| Significa “Piazza dell’Indipendenza”. La stazione, completamente bianca e luminosa, è decorata con marmo candido e grandi lampadari, creando un’atmosfera quasi irreale. | Intitolata al poeta russo Alexander Pushkin | |
Linea verde
| 1. Yunus Rajabiy | Bodomzor |
| Sulla linea rossa in corrispondenza della stazione di Amir Temur si trova questa stazione sulla linea verde. È dedicata a uno dei più importanti musicisti uzbeki. Le colonne in marmo bianco e le luci a forma di corona danno l’impressione di trovarsi in un palazzo reale. | Sulla linea verde, ha un design decisamente futuristico. L’elemento centrale sono le luci a forma di fungo, mentre il soffitto bianco è decorato con stelle blu e inserti in ceramica. |
Vista panoramica
Tashkent Television Tower — La Tashkent TV Tower è una struttura architettonica unica, eretta il 15 gennaio 1985 sulle rive del fiume Bozsuv nel distretto di Yunusabad della capitale. Oggi è l’unico e più alto edificio del paese e dell’Asia centrale. La Tashkent TV Tower è stata inclusa nella World Tower Federation nel 1991 e si è classificata all’undicesima posizione tra più di 200 torri nel mondo con un’altezza di 375 metri. Maggiori informazioni sul sito https://uztv-tower.uz/en.
Il biglietto di ingresso costa 100.000 UZS che al cambio attuale sarebbero circa 7 euro. Per arrivare conviene prendere un taxi perché la metro più vicina è a 30 minuti di camminata.
Poi taxi per aeroporto già prenotato con booking taxi.
